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sabato 8 maggio 2021




 Lelio Basso: Il significato della Comune per noi oggi.

Per avere posto e affrontato, sia pure ancora in forma quasi embrionale, questi problemi, la Comune è, come ho detto in principio, una finestra aperta sul futuro, il punto d’incontro fra le vecchie rivoluzioni e le future rivoluzioni socialiste. Ma non solo per questo la Comune è ancor oggi importante, bensì, a mio parere, soprattutto per avere sia pure confusamente tentato la prima risposta a quello che sarà il modo di vita capitalistico, quello di cui l’umanità d’oggi soffre fino al parossismo.

Ho già ricordato che la Comune cade in un momento di transizione della società francese, nel momento di passaggio da una società prevalentemente rurale e artigianale a una società a predominanza industriale. Non si tratta soltanto di uno spostamento di lavoratori dalla bottega artigiana alla fabbrica, si tratta di un generale mutamento del modo di vita e dei rapporti umani. L’uomo unisce in se stesso un momento individuale e un momento sociale: ha certo bisogno di sentirsi se stesso, di riconoscere la propria personalità distinta ed autonoma, ma al tempo stesso ha bisogno di riconoscersi membro di un gruppo, di una collettività, di avere rapporti concreti, personali con altri esseri umani. La parola di cui è dotato non servirebbe a nulla se l’uomo non avesse intrinsecamente, come momento essenziale del suo essere, anche questo momento sociale, questo bisogno di comunicazione, di partecipazione a una vita collettiva. Nella società precapitalistica questi rapporti sono sempre rapporti personali: con la vasta cerchia dei membri della famiglia grande, con gli altri membri del villaggio per chi vive in campagna, o del quartiere per chi vive in città, con i compagni della bottega artigiana, ecc. Anche i rapporti fra il negoziante e il suo cliente sono rapporti di questa natura: rapporti fra persone che si conoscono, che non hanno, l’uno di fronte all’altro, un volto anonimo. In questo vecchio mondo la vita si svolge a livello umano.
L’avvento dell’industria moderna e dello stato moderno ha sconvolto questo vecchio mondo non solo sotto l’aspetto economico e politico, ma anche sotto l’aspetto dei rapporti umani. A poco a poco al vecchio tipo di rapporti fra gente che si conosce, che si frequenta perché si conosce, che non si limita a un contatto esterno e puramente formale, subentra il rapporto anonimo e impersonale del mercato, un processo analogo a quello descritto da Marx per cui al valore d’uso degli oggetti subentra il valore di scambio delle merci. Non più l’uomo ma il denaro è la misura di tutte le cose. In questo sistema di rapporti anonimi e reificati, il momento sociale dell’uomo si svuota di ogni contenuto autentico, l’uomo rimane un isolato, solitario anche in mezzo alla folla in cui vive immerso quotidianamente, secondo la definizione di Riesman. Si sente spesso ripetere che questa è una conseguenza non del capitalismo ma dello sviluppo industriale, indipendentemente dal tipo di rapporti sociali, ma credo che non sia esatto. Certo lo sviluppo tecnologico, l’avvento della grande industria, modifica gli antichi equilibri, ma se gli immensi mezzi di produzione fossero nelle mani della collettività e al servizio della collettività, anziché nelle mani di privati e comunque al servizio del profitto e del potere privati, certamente la collettività saprebbe trovare nuove forme di equilibrio, una nuova risposta ai suoi bisogni, dei modi di vita che, lungi dal distruggere i valori interiori dell’uomo, potrebbero al contrario esaltarli. Viceversa sviluppandosi secondo la logica capitalistica del profitto, lo sviluppo industriale ha ucciso l’equilibrio interno dell’uomo, così come del resto ha ucciso lo stesso equilibrio della natura. Quando si parla delle contraddizioni del capitalismo, si tende ancor oggi a porre l’accento sul rapporto fra il capitalista e l’operaio, dimenticando che il dramma più grave delle società capitalistiche contemporanee è proprio la distruzione dell’equilibrio interno umano e dell’equilibrio ecologico, del rapporto fra gli uomini e del rapporto con la natura, cioè del fondamento di tutta la prassi sociale.

Naturalmente tutto questo non era ancora visibile un secolo fa e sarebbe sciocco dire che la Comune ha avuto coscienza di questi problemi. Ma credo non sia fuor di luogo dire che la Comune è stata anche una ribellione alle prime manifestazioni di questa tendenza a distruggere il mondo dell’uomo, ad isolare l’uomo dalla società, a ridurlo a semplice strumento di un potere lontano ed estraneo. Appunto nel senso di questa ribellione vanno gli sforzi della Comune che ho prima ricordato, la ricerca di una democrazia di base, il desiderio di alimentare una nuova vita collettiva, di dare impulso alla partecipazione e di fornirle gli strumenti, lo sforzo di responsabilizzare gli uomini. È significativa per esempio a questo riguardo la decisione del direttore del museo di storia naturale di Parigi di affidare il rispetto del museo non a divieti e a sorveglianti ma all’onore del popolo di Parigi, che deve sentirsi padrone e destinatario dei tesori artistici e scientifici che sono custoditi nei musei e perciò investito della responsabilità di rispettarli e farli rispettare. Ed è non meno significativo il fatto che questo popolo di Parigi senta il suo onore talmente impegnato nel tentativo di rompere con il passato, che è il popolo stesso che lotta contro la corruzione precedente, lotta contro l’ubriachezza, contro la prostituzione, contro le forme degradanti di vita perché un popolo libero deve saper vivere con dignità e tutta la dignità e l’onore del popolo sono impegnati nella difesa collettiva di questi valori. Non so se riesco con questi esempi a render chiaro quale mi sembra essere l’alto insegnamento umano e morale della Comune, del popolo di una grande città che vuol prendere in mano i propri destini e si sente cosciente della responsabilità storica che in tal modo si assume, la responsabilità di elevare se stesso e la sua città.[35]

Se dovessi riassumere con una sola frase quello che io considero il significato più profondo della Comune direi che essa rappresenta le sforzo di ricreare una società a misura dell’uomo, di salvare i valori umani minacciati, di permettere a tutti gli esseri, uomini e donne, vecchi e bambini, di non ridursi a congegni anonimi manovrati da un potere kafkiano, ma di vivere una vita umana. È questa vita umana che il capitalismo, proprio a cagione delle sue contraddizioni interne, non poteva consentire, ed è in questo soprattutto, più che in una volontà cosciente o in un preciso programma, che sta il significato socialista della Comune, inteso il socialismo come esaltazione della personalità, come liberazione da ogni forma di oppressione, come capacità effettiva e concreta di autoamministrarsi. “Il popolo è stanco di salvatori; d’ora innanzi intende discuterne gli atti”, scrive il giornale “Proletarie” del 19 maggio, alla vigilia della caduta. In quest’ultima affermazione di democrazia, intesa nel senso che ho cercato di spiegare, cioè che gli uomini sono responsabili della propria salvezza, potrebbe racchiudersi il messaggio di civiltà che la Comune ci ha affidato. In questo senso essa rappresenta indubbiamente il primo serio, anche se non chiaro, tentativo di reagire alla disumanizzazione imposta dall’incipiente capitalismo, il primo tentativo di restituire l’uomo alla sua integralità minacciata dal nuovo Moloch. E la sua sconfitta potrebbe anche significare che l’uomo che non è capace di salvarsi da sé non merita di essere salvato, o, forse, è già perduto perché non può essere salvato da terzi. In ultima analisi questo bisogno di autonomia, di democrazia, di partecipazione, di responsabilità - che costituisce il più grande sforzo della Comune - postulava già il socialismo perché la società capitalistica è incompatibile con questi valori.


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Nato a Varazze (Savona) il 25 dicembre 1903, deceduto a Roma il 16 dicembre 1978, avvocato, studioso marxista, parlamentare e dirigente socialista.

Dalla Liguria la sua famiglia si era trasferita a Milano nel 1916. Dopo aver frequentato il Liceo nel capoluogo lombardo, nel 1921 lo studente si iscrisse, a Pavia, alla facoltà di Legge e, nello stesso tempo aderì al PSI. Vicino a Piero Gobetti durante l'esperienza di Rivoluzione Liberale, quando il fascismo ne stroncò l'opera, Basso proseguì nell'attività di formazione culturale dei giovani intellettuali antifascisti dirigendo, dal 1925 al 1928, la rivista Pietre. Nell'aprile del 1928 il giovane avvocato, arrestato dalla polizia a Milano, fu confinato a Ponza. Non si abbatté e studiò per conseguire, nel 1931, la laurea in Filosofia con una tesi su Rudolf Otto.
Per breve tempo riprese la professione di avvocato a Milano, ma riannodò anche i contatti politici costituendo, nel 1934, il "Centro interno" socialista con 
Rodolfo Morandi, Lucio Luzzatto ed Eugenio Colorni. Nel 1940, immediatamente dopo l'ingresso dell'Italia in guerra, per Basso, nuovo arresto e l'internamento nel campo di concentramento di Colfiorito (Perugia).
È il 10 gennaio del '43 quando, con Luzzatto, 
Veratti e altri antifascisti, l'indomabile avvocato partecipa alla costituzione del Movimento di unità proletaria (MUP) che, dopo la caduta di Mussolini, si fonderà con il PSI, dando vita al Partito Socialista Italiano di Unità Proletaria. Sul finire del 1943, Basso dà alle stampe il giornale clandestino Bandiera Rossa e partecipa attivamente alla Resistenza fondando, con Sandro Pertini e Rodolfo Morandi, l'Esecutivo Alta Italia del PSIUP, di cui assume la responsabilità organizzativa.
Dopo la Liberazione l'elezione alla vicesegreteria del suo partito e quella alla Costituente. Farà parte della Commissione dei 75 che redigerà il testo della Costituzione, che diventerà la suprema legge della Repubblica nel 1948. Deputato in tutte le legislature fino al 1968, fu poi eletto senatore nel 1972 e nel 1976.
Risorsa dei momenti difficili, Basso fu segretario del PSI dopo la scissione saragattiana del 1947. A lui si devono anche la fondazione e la direzione delle riviste Stato Operaio, Socialismo, Problemi del Socialismo. Portano la sua firma opere importanti (tra cui Storia del PSI, Il Principe senza scettro, Due totalitarismi: fascismo e Democrazia cristiana), e la cura di molti classici del marxismo italiani e stranieri. Lelio Basso è stato membro del Tribunale internazionale presieduto da Bertrand Russell, creato per giudicare i crimini americani nel Vietnam. Ha promosso, nel 1973, la costituzione di un secondo "Tribunale Russell" sulle repressioni in America Latina. Nello stesso anno diede vita a Roma alla Fondazione Issoco - Istituto per lo studio della società contemporanea - che oggi porta anche il suo nome e quello della moglie Lisli. Suo il lavoro per la preparazione del "Tribunale permanente dei popoli", costituito nel 1979, dopo la morte di Lelio Basso.

Lelio Basso ha anche raccolto e contribuito a far conoscere una cospicua documentazione sulla Comune di Parigi che si trova nella sua fondazione.
In occasione del Centenario della sua nascita, è stato aperto in rete un sito - 
www.leliobasso.it - nel quale sono consultabili i principali scritti dell'intellettuale e dirigente socialista.

Di Lelio Basso presentiamo sul nostro Blog due scritti molto significativi :

“Il Significato della Comune di Parigi per noi oggi”

“La Comune di Parigi”


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martedì 20 aprile 2021


 

Il presente testo è stato tradotto e pubblicato sull’Unità del 20 marzo 1924.


La lezione della Comune di Lev Trotskij

Scritto il 4 febbraio 1921, in occasione del 50° anniversario della Comune di Parigi.


Tutte le volte che studiamo la storia della Comune, la vediamo sotto un nuovo aspetto, grazie all’esperienza acquisita nelle lotte rivoluzionarie ulteriori e soprattutto nelle ultime rivoluzioni, non solamente in quella russa, ma anche in quella tedesca ed ungherese. La guerra franco-tedesca fu una sanguinosa esplosione, presagio dell’immane carneficina mondiale; la Comune di Parigi fu il chiaro presagio della rivoluzione proletaria.

La Comune ci rivela l’eroismo delle masse proletarie, la loro capacità di formare un solo blocco, di sacrificarsi in nome dell’avvenire, ma ci rivela, nello stesso tempo, l’incapacità delle masse di scegliere la loro via, la loro indecisione nella direzione del movimento, l’arrestarsi di fronte ai primi successi, il permettere al nemico di riaversi e di ristabilire la sua posizione.

La Comune è venuta troppo tardi. Essa avrebbe potuto impadronirsi del potere il 4 settembre, epoca in cui era possibile al proletariato di Parigi mettersi alla testa dei lavoratori della Francia nella loro lotta contro tutte le forze del passato, tanto contro Bismark, quanto contro Thiers. Ma il potere era allora nelle mani dei chiacchieroni democratici, dei deputati di Parigi.

Il proletariato parigino non aveva né un partito, né dei capi a cui fosse legato da lotte anteriori. I patrioti piccolo-borghesi, che si credevano socialisti, cercavano l’appoggio degli operai senza nutrire per essi nessuna fiducia.

Fecero vacillare la fiducia del proletariato in sé stesso ed erano continuamente alla ricerca di avvocati celebri, di giornalisti, di deputati, ai quali affidare il movimento ed il cui bagaglio consisteva in una dozzina di frasi vagamente rivoluzionarie.

La ragione per cui Jules Favre, Picard, Garnier-Pages1 e co. hanno preso il potere a Parigi il 4 settembre è la stessa che ha permesso a Paul-Boncour, A. Varenne, Renaudel2 e molti altri di essere per un periodo i dirigenti del partito del proletariato. I Renaudel e i Boncour e persino i Longuet3 e i Pressemane4 sono molto più vicini, in virtù delle loro simpatie, le loro abitudini intellettuali e la loro condotta, ai Jules Favre e ai Jules Ferry5 che al proletariato rivoluzionario. La loro fraseologia socialista non è che una maschera storica che permette loro di imporsi alle masse. Ed è solo per il fatto che Favre, Simon, Picard e gli altri hanno usato e abusato una fraseologia democratico-liberale che i loro figli e i loro nipoti sono costretti a ricorrere ad una fraseologia socialista. Ma i figli e i nipoti sono rimasti alla stregua dei loro padri e continuano il loro lavoro. E quando sarà necessario decidere non sulla composizione di una cricca ministeriale ma sulla questione ben più importante di quale classe debba prendere il potere in Francia, Renaudel, Longuet e i loro simili saranno nel campo di Millerand6 – collaboratore di Gallifet,7 il boia della Comune… Quando i ciarlatani rivoluzionari dei salotti e del parlamento si trovano faccia a faccia, nella vita reale, con la rivoluzione, non la riconoscono mai.


Un vero partito operaio non è una macchina di manovra parlamentare, ma l’esperienza accumulata ed organizzata del proletariato. Soltanto con l’aiuto del partito – che poggia su tutta la storia del suo passato, che prevede teoricamente le vie e le fasi dello sviluppo, derivandone le formule necessarie all’azione – il proletariato si libera dalla necessità di rifare ogni giorno la sua storia, si libera dalle sue esitazioni, dalla sua indecisione, dai suoi errori. Il proletariato di Parigi non aveva un tal partito. I socialisti borghesi, di cui abbondava la Comune, alzavano gli occhi al cielo, aspettavano il miracolo, la parola profetica ed esitavano, mentre la massa si disorientava a cagione dell’indecisione degli uni e della fantasia degli altri. Il risultato fu che la rivoluzione scoppiò troppo tardi e mentre Parigi era ormai isolata. Occorsero sei mesi al proletariato per recuperare la memoria delle lezioni delle rivoluzioni passate, delle precedenti battaglie, dei reiterati tradimenti della democrazia, e per prendere il potere.

Questi sei mesi furono una perdita irreparabile. Se nel settembre 1870, alla testa del proletariato parigino si fosse trovato un partito centralizzato di azione rivoluzionaria, tutta la storia della Francia, e con essa tutta la storia dell’umanità, avrebbe preso un’altra direzione.

Se il potere era nelle mani del proletariato di Parigi il 18 marzo, non fu perché lo aveva preso deliberatamente ma perché i suoi nemici avevano abbandonato Parigi. Questi continuavano a perdere terreno, i lavoratori li disprezzavano e detestavano, la piccola borghesia non aveva più fiducia in loro e la grande borghesia temeva che non fossero più capaci di difenderla. I soldati erano ostili agli ufficiali. Il governo fuggì da Parigi per concentrare altrove le proprie forze. E fu allora che il proletariato divenne padrone della situazione. Ma lo capì a posteriori. La rivoluzione gli cadde addosso inaspettatamente.

Il primo successo rappresentò una nuova fonte di passività. Il nemico era fuggito a Versailles. Non era questa una vittoria? In quel momento il fronte governativo avrebbe potuto essere schiacciato quasi senza spargimento di sangue. A Parigi tutti i ministri, con Thiers alla loro testa, avrebbero potuto essere fatti prigionieri. Nessuno avrebbe mosso un dito in loro difesa. Non fu fatto. Non c’era un’organizzazione da parte di un partito centralizzato con una visione a tutto tondo delle cose, né organi speciali per applicare le sue decisioni.

Ciò che restava della fanteria non voleva ritirarsi a Versailles. Il legame tra gli ufficiali e i soldati si era allentato. Se ci fosse stata a Parigi una centrale di partito a dare delle direttive, avrebbe mandato nell’esercito in ritirata – dato che c’era la possibilità di ritirarsi – poche centinaia o persino poche dozzine di lavoratori fidati e avrebbe dato loro le seguenti istruzioni: fomentate tra i soldati il malcontento nei confronti degli ufficiali, approfittate del primo momento psicologico favorevole per liberare i soldati dagli ufficiali e portarli a Parigi per unirsi al popolo. Si sarebbe potuto fare facilmente a giudicare anche dalle ammissioni degli stessi sostenitori di Thiers. Nessuno pensò nemmeno ad una cosa del genere. Né c’era nessuno che potesse pensarci. Nella furia dei grandi avvenimenti, inoltre, decisioni come queste possono essere adottate solo da un partito rivoluzionario che guardi nella prospettiva della rivoluzione, si prepari ad essa e non perda la testa; da un partito che sia abituato ad avere una visione completa e non ha paura di agire. E un partito d’azione era proprio quello che mancava al proletariato francese.

Il Comitato centrale della Guardia nazionale non era infatti che un consiglio di operai armati e di piccolo-borghesi. Un tale consiglio, eletto immediatamente dalle masse che hanno imboccato subito la via rivoluzionaria, rappresentava un magnifico apparato d’azione. Ma rivelava nello stesso tempo, e logicamente – a causa del suo legame immediato ed elementare con le masse che erano nelle condizioni in cui la rivoluzione le aveva colte – non soltanto tutti i lati forti, ma anche tutti i lati deboli della massa stessa; rifletteva, anzi, più i lati deboli che quelli forti; manifestava, insomma, lo spirito di indecisione e di attesa, la tendenza all’inazione dopo i primi successi.

Il Comitato centrale della Guardia nazionale aveva bisogno di essere diretto. Era indispensabile un’organizzazione che incarnasse l’esperienza politica del proletariato e che fosse sempre presente non solo nel Comitato centrale, ma anche nelle legioni, nei battaglioni, negli strati più profondi del proletariato francese. Attraverso i consigli – in questo caso erano organi della Guardia nazionale – il partito avrebbe potuto essere in costante contatto con le masse, e conoscere il loro stato d’animo; la sua direzione avrebbe potuto lanciare quotidianamente slogan che, per mezzo dei militanti di partito, penetrassero nelle masse, unificando il loro pensiero e la loro volontà.
Il governo non era ancora arrivato a Versailles, che già la Guardia nazionale si affrettava a scaricarsi  di dosso la responsabilità, proprio nel momento in cui questa era enorme. Il Comitato centrale immaginava delle elezioni “legali” della Comune. Intavolò trattative con i governatori di Parigi per coprirsi, da destra, con una facciata di “legalità”.

Se allo stesso tempo fosse stato preparato un attacco contro Versailles, le trattative con i governatori di Parigi avrebbero rappresentato uno stratagemma pienamente giustificato da un punto di vista militare e coerente con l’obiettivo. Ma in realtà, queste trattative venivano condotte solo per evitare lo scontro con qualche miracolo. I radicali piccolo-borghesi e i socialisti idealisti, rispettando la “legalità” e gli uomini che incarnano una parte dello stato “legale” – i deputati, i sindaci, ecc. – speravano con tutte le loro forze che Thiers si sarebbe fermato rispettosamente di fronte alla Parigi rivoluzionaria nel momento in cui questa si fosse presentata come una Comune “legale”.

La passività e l’indecisione furono anche determinate dai sacri principi della “federazione” e dell’“autonomia”. Parigi non è che un comune in mezzo a molti altri comuni. Parigi non vuole imporre niente a nessuno; non lotta per la dittatura; ma per la “dittatura dell’esempio”. Insomma fu un tentativo per sostituire alla rivoluzione proletaria in sviluppo una riforma piccolo-borghese: l’autonomia comunale.

Il vero compito rivoluzionario consisteva nell’assicurare al proletariato il potere in tutto il paese. Parigi doveva servire da base, appoggio, piazza d’armi. E per raggiungere questo scopo, bisognava sconfiggere Versailles senza perdere tempo e mandare agitatori, organizzatori e forze armate in tutta la Francia. Era necessario entrare in contatto con i simpatizzanti, consolidare gli indecisi e spezzare l’opposizione degli avversari. Al posto di questa aggressiva politica offensiva, che era l’unica che avrebbe potuto salvare la situazione, i dirigenti di Parigi cercarono di rinchiudersi nella loro autonomia comunale: non avrebbero attaccato se non fossero stati attaccati; ogni città aveva il suo sacro diritto all’autogoverno. Queste chiacchiere idealistiche – che sono alla stregua dell’anarchismo mondano – in realtà coprivano la codardia di fronte all’azione rivoluzionaria che avrebbe dovuto essere condotta incessantemente e fino alla fine, altrimenti non avrebbe dovuto essere iniziata.

L’ostilità all’organizzazione centralizzata – eredità del localismo e dell’autonomia piccolo-borghese – è senza dubbio il lato debole di una certa parte del proletariato francese. L’autonomia delle sezioni, dei dipartimenti, dei battaglioni, delle città, è per certi rivoluzionari la garanzia superiore della vera attività e dell’indipendenza individuale. Ma è questo il grande errore che il proletariato francese ha pagato a caro prezzo.

Sotto la forma di una “lotta contro il centralismo dispotico” e contro la disciplina “opprimente”, si sviluppa una lotta per l’autoconservazione di vari gruppi e sotto-gruppi della classe operaia, per i loro interessi particolari, per i loro dirigenti di raggruppamento e per i loro oracoli locali. L’intera classe operaia, mentre mantiene la sua originalità culturale e le sue sfumature politiche, può agire con metodo e con fermezza, alla condizione che alla sua guida, al di là dei diversi settori, raggruppamenti locali e gruppi, ci sia un apparato centralizzato e tenuto insieme da una disciplina di ferro. La tendenza al particolarismo, qualsiasi forma essa assuma, è l’eredità di un passato morto. Tanto prima il comunismo comunista-socialista francese e il comunismo sindacale si emancipa da questo, tanto meglio sarà per la rivoluzione proletaria.

***

Il partito non crea la rivoluzione quando lo vuole, non sceglie il momento per prendere il potere a suo piacere, ma interviene attivamente negli eventi, penetra in ogni momento nello stato d’animo delle masse rivoluzionarie e valuta il potere di resistenza del nemico, determinando così il momento più favorevole per l’azione decisiva.  

Questo è l’aspetto più difficile del suo compito. 

Il partito non ha delle scelte valide in qualunque circostanza. Sono necessari una teoria corretta, un contatto stretto con le masse, la comprensione della situazione, una percezione rivoluzionaria, una grande risolutezza. 

Quanto più profondamente un partito rivoluzionario penetra in tutti i settori della lotta proletaria, quanto più è unificato sull’obiettivo e la disciplina, tanto prima e meglio arriverà a compiere il suo dovere.

La difficoltà è nell’avere questa organizzazione nella forma di un partito centralizzato, saldato internamente da una disciplina di ferro, strettamente connesso con il movimento delle masse, con le sue fasi di ascesa e ritirata. 

La conquista del potere non può essere ottenuta senza la potente pressione rivoluzionaria da parte delle masse sfruttate. 

Ma in questo atto l’elemento della preparazione è assolutamente inevitabile. 

Quanto meglio il partito capirà la congiuntura del momento, quanto meglio saranno preparate le basi della resistenza, quanto meglio le forze e i ruoli saranno distribuiti, tanto più sicuro sarà il successo e tanto meno vittime saranno necessarie. 

La correlazione tra un’azione preparata accuratamente e il movimento delle masse è il compito politico-strategico per la presa del potere.

Il confronto tra il 18 marzo 1871 e il 7 novembre 1917 è molto istruttivo da questo punto di vista. 

A Parigi ci fu una totale mancanza di iniziativa all’azione da parte dei circoli dirigenti rivoluzionari. Il proletariato, armato dal governo borghese, era in realtà padrone della città, aveva a sua disposizione tutti i mezzi materiali per il potere – cannoni e fucili – ma non ne era cosciente. La borghesia fece un tentativo di riprendere in mano l’“arma del gigante”: voleva rubare i cannoni al proletariato. Il tentativo fallì. Il governo, nel panico, fuggì da Parigi a Versailles. Il campo era libero. Ma fu solo a posteriori che il proletariato capì di essere padrone di Parigi. I “dirigenti” erano nella scia degli eventi, ne presero atto quando erano già compiuti e fecero tutto ciò che era in loro potere per smussare la lancia della rivoluzione.
A Pietrogrado, gli eventi si svilupparono diversamente. Il partito si mosse con fermezza, risolutamente, verso la presa del potere, avendo i suoi uomini ovunque, consolidando ogni posizione, lavorando ad accrescere ogni crepa tra i lavoratori e le guarnigioni da un lato e il governo dall’altro.

La manifestazione armata delle giornate di luglio rappresentò una profonda ricognizione da parte del partito per sondare la coesione delle masse e il potere di resistenza del nemico. 

La ricognizione si trasformò in una lotta tra posizioni di avamposto. Eravamo stati ricacciati indietro ma, allo stesso tempo, l’azione stabilì un legame tra il partito e gli strati più profondi delle masse. 

I mesi di agosto, settembre e ottobre videro una potente ascesa rivoluzionaria. 

Il partito ne approfittò e aumentò notevolmente il sostegno di cui godeva tra i lavoratori e i soldati. Più tardi, l’armonia tra i preparativi cospirativi e l’azione di massa si sviluppò quasi automaticamente. Il secondo congresso dei soviet era stato fissato per il 7 novembre. Tutta l’agitazione condotta nel periodo precedente era tesa alla conquista del potere da parte del congresso. 

Così il rovesciamento fu anticipato al 7 novembre. 

Questo era ben noto e compreso dal nemico. Kerenskij e i suoi ministri non potevano fallire nei tentativi che fecero, per quanto limitati, per consolidarsi a Pietrogrado per quando fosse arrivato il momento decisivo. Inoltre, avevano bisogno di allontanare dalla capitale le sezioni più rivoluzionarie della guarnigione. Noi, da parte nostra, abbiamo approfittato di questo tentativo da parte di Kerenskij per farne la causa scatenante di un nuovo conflitto dall’importanza decisiva. Accusammo apertamente il governo Kerenskij – le nostre accuse trovarono in seguito conferma in un documento ufficiale – di aver programmato la rimozione di un terzo della guarnigione di Pietrogrado non sulla base di valutazioni militari ma a scopo controrivoluzionario. Questo conflitto strinse il nostro legame con la guarnigione e mise la stessa di fronte ad un compito ben definito, sostenere il congresso dei soviet fissato per il 7 novembre. E dal momento che il governo insisteva – per quanto timidamente – che la guarnigione venisse dislocata, creammo nel soviet di Pietrogrado, che era già nelle nostre mani, un comitato di guerra rivoluzionario con il pretesto di verificare le ragioni militari del piano del governo.

Così avevamo un organo puramente militare, a capo della guarnigione di Pietrogrado, che era in realtà l’organo legale dell’insurrezione armata. Allo stesso tempo nominammo commissari (comunisti) in tutte le unità militari, nei distaccamenti militari, ecc. L’organizzazione militare clandestina portava avanti compiti tecnici specifici e forniva al comitato di guerra rivoluzionario militanti pienamente affidabili per i compiti militari importanti. Il lavoro di preparazione e realizzazione dell’insurrezione armata fu condotto apertamente e con tale metodo e naturalezza che la borghesia, guidata da Kerenskij, non capiva chiaramente cosa stesse avvenendo sotto i suoi stessi occhi. (A Parigi, il proletariato capì solamente il giorno successivo di essere stato veramente vittorioso – una vittoria che inoltre non aveva cercato deliberatamente – che era padrone della situazione). A Pietrogrado era il contrario. Il nostro partito, basandosi sui lavoratori e sulla guarnigione, aveva già preso il potere, la borghesia passò una notte piuttosto tranquilla per imparare solo la mattina successiva che il timone del paese era nelle mani dei suoi becchini.)

Sulla strategia c’erano molte differenze d’opinione nel nostro partito. Una parte del comitato centrale, come è noto, si dichiarò contro la presa del potere, credendo che il momento non fosse ancora arrivato, che Pietrogrado fosse isolata dal resto del paese, il proletariato dai contadini, ecc. Altri compagni pensavano che non stessimo dando abbastanza importanza agli elementi della cospirazione militare. Un membro del comitato centrale chiese ad ottobre di accerchiare il Teatro alessandrino, dove era in corso la riunione della Conferenza democratica, e di dichiarare la dittatura del comitato centrale del partito. Disse: concentrando la nostra agitazione così come il lavoro militare preparatorio verso la data del secondo congresso, mostriamo il nostro piano all’avversario dandogli la possibilità di prepararsi e di colpirci in anticipo. Ma senza dubbio il tentativo di un complotto militare e l’accerchiamento del Teatro alessandrino sarebbero stati estranei allo sviluppo degli eventi e avrebbero sconcertato le masse. Persino nel soviet di Pietrogrado, dove avevamo la maggioranza, un’impresa di questo tipo, dal momento che anticipava lo sviluppo logico della lotta, avrebbe in quel momento creato confusione soprattutto nella guarnigione dove c’erano reggimenti (in prima luogo la cavalleria) esitanti e non pienamente affidabili. Sarebbe stato molto più facile per Kerenskij schiacciare un complotto inaspettato dalle masse che attaccare la guarnigione che si stava consolidando sempre più sulla posizione di difendere la sua inviolabilità in nome dell’imminente congresso dei soviet.  Quindi la maggioranza del comitato centrale respinse il piano di accerchiare la Conferenza democratica, e a ragione. La valutazione della congiuntura era corretta: l’insurrezione armata, quasi senza spargimento di sangue, trionfò esattamente nella data, fissata apertamente e alla luce del sole, della convocazione del secondo congresso dei soviet.

Questa strategia non può tuttavia diventare una regola generale, ma richiede specifiche condizioni. Nessuno credeva più nella guerra con la Germania, e ancor meno i soldati rivoluzionari volevano lasciare Pietrogrado per il fronte. E anche se nel suo complesso la guarnigione era dalla parte dei lavoratori per questa specifica questione, si convinse sempre più del suo punto di vista man mano che le manovre di Kerenskij venivano alla luce. Ma l’ambiente nella guarnigione di Pietrogrado aveva delle radici ancora più profonde nella situazione della classe contadina e nello sviluppo della guerra imperialista. Se ci fosse stata una divisione nella guarnigione e Kerenskij avesse ottenuto l’appoggio di alcuni reggimenti, il nostro piano sarebbe fallito. Gli elementi di un complotto puramente militare (cospirazione e estrema velocità d’azione) sarebbero stati preponderanti. Sarebbe stato necessario, naturalmente, scegliere un altro momento per l’insurrezione.

Anche la Comune aveva la possibilità di conquistare i reggimenti contadini, dal momento che questi avevano completamente perso la fiducia e il rispetto per il potere e il comando. Tuttavia non fece nulla diretto questo scopo. La mancanza qui non fu nel rapporto tra lavoratori e contadini ma nella strategia rivoluzionaria.

Qual è attualmente la situazione a questo riguardo nei paesi europei? Non è facile prevedere alcunché su questo. Tuttavia, con gli eventi che si sviluppano lentamente e i governi borghesi che si sforzano di fare tesoro delle esperienze passate, si potrebbe supporre che il proletariato, al fine di attirarsi le simpatie dei soldati, dovrà ad un certo punto superare una resistenza forte e ben organizzata. Sarà necessario da parte della rivoluzione un attacco abile e ben pianificato. Il dovere del partito è di prepararsi a questo. Ed è proprio per questo che deve sviluppare il suo carattere di organizzazione centralizzata, che guida apertamente il movimento rivoluzionario delle masse e rappresenti allo stesso tempo l’apparato clandestino dell’insurrezione armata.

***

La questione dell’eleggibilità del comando era uno dei motivi di conflitto tra la Guardia nazionale e Thiers. Parigi rifiutò il comando assegnatole da Thiers. Varlin8 quindi avanzò la rivendicazione che il comando della Guardia nazionale, dal vertice fino alla base, fosse eletto dagli uomini della stessa Guardia nazionale. Fu su questo che il comitato centrale della Guardia nazionale trovò la sua base di appoggio.           

Questa questione deve essere guardata da due lati: quello politico e quello militare, che sono interconnessi ma devono essere distinti. Il compito politico consisteva nell’epurazione del comando controrivoluzionario della Guardia nazionale. La completa eleggibilità era l’unico strumento per questo fine, dato che la Guardia nazionale era costituita da lavoratori e da rivoluzionari piccolo borghesi. Inoltre, se lo slogan dell’“eleggibilità del comando” fosse stato esteso anche alla fanteria, Thiers avrebbe perso in un sol colpo la sua arma principale: gli ufficiali controrivoluzionari. Per portare avanti questo piano era necessario un’organizzazione di partito, con i suoi uomini in tutte le unità militari. In altre parole, l’eleggibilità in queste condizioni aveva come compito immediato non quello di assegnare dei buoni comandanti ai battaglioni ma di liberarli dai comandanti devoti alla borghesia. L’eleggibilità era necessaria come un cuneo per dividere l’esercito in due, su basi di classe. Fu questo che accadde nel periodo di Kerenskij, soprattutto alla vigilia dell’ottobre.

Ma la liberazione dell’esercito dal vecchio comando comporta inevitabilmente l’indebolimento della sua coesione organizzativa e la diminuzione della capacità di combattere. Di regola, il comando eletto è abbastanza debole dal punto di vista tecnico-militare e rispetto al mantenimento dell’ordine e della disciplina. Così, nel momento in cui l’esercito si libera dal vecchio comando controrivoluzionario che lo opprimeva, si pone la questione di dargli un comando rivoluzionario in grado di adempiere la sua missione. E questa questione non può essere risolta semplicemente con elezioni. Prima che ampie masse di soldati acquisiscano l’esperienza per scegliere e selezionare bene il comando, la rivoluzione sarà sconfitta dal nemico, guidato nella scelta del suo comando dall’esperienza di secoli. I metodi di una democrazia amorfa (eleggibilità semplice) devono essere accompagnati, e in una certa misura sostituiti, da misure di selezione dall’alto. La rivoluzione deve creare un organo composto da organizzatori esperti e affidabili, nel quale possa avere assoluta fiducia, dargli pieno potere di scegliere, assegnare e addestrare il comando. Se il particolarismo e l’autonomismo democratico sono estremamente pericolosi per la rivoluzione proletaria in generale, sono dieci volte più pericolosi per l’esercito. Lo abbiamo visto nel tragico esempio della Comune.

Il Comitato centrale della Guardia nazionale ha tratto la sua autorità dall’eleggibilità democratica. Nel momento in cui il Comitato centrale doveva sviluppare al massimo la sua iniziativa nell’offensiva, privo della guida di un partito proletario, perse la testa, si affrettò a trasmettere i poteri ai rappresentanti della Comune che richiedevano una base democratica più ampia. Fu un grande errore giocare con le elezioni in quel momento. Ma dopo che le elezioni si erano tenute e la Comune si era costituita era necessario concentrare immediatamente tutto nella Comune e fare in modo che questa creasse un organo che avesse il potere effettivo di riorganizzare la Guardia nazionale. Non fu così. A fianco della Comune eletta, rimase il Comitato centrale, il cui carattere di organo eletto gli diede l’autorità grazie alla quale era in grado di competere con la Comune. Ma allo stesso tempo ciò lo privò dell’energia e della fermezza necessarie nelle questioni puramente militari che ne giustificavano l’esistenza dopo la formazione della Comune. L’eleggibilità e i metodi democratici non sono che alcuni degli strumenti nelle mani del proletariato e del partito. L’eleggibilità non deve essere in nessun modo un feticcio, un rimedio a tutti i mali. Il metodo dell’eleggibilità deve essere combinato con quello delle nomine. Il potere della Comune veniva dalla Guardia nazionale eletta. Ma una volta creata, la Comune avrebbe dovuto riorganizzare la Guardia nazionale con decisione, dal vertice alla base, darle dirigenti affidabili e stabilire un regime di ferrea disciplina. La Comune non fece nulla di tutto ciò, privandosi di un potente centro rivoluzionario di direzione. Anche questo venne schiacciato. 

Possiamo sfogliare pagina per pagina la storia della Comune; vi troveremo una sola grande lezione: occorre una forte direzione di partito. Il proletariato francese, più di ogni altro proletariato, ha molto sacrificato alla rivoluzione. Ma più di ogni altro, è stato ingannato. La borghesia lo ha sempre abbagliato con i colori del repubblicanismo, del radicalismo e del socialismo, per mettergli più saldamente le catene del capitalismo. La borghesia per mezzo dei suoi agenti, i suoi avvocati, i suoi giornalisti, lo ha rimpinzato di formule democratiche, parlamentari, autonomiste, che sono altrettanti ostacoli che impediscono la marcia in avanti del proletariato.

Il temperamento del proletariato francese è quello della lava incandescente. Ma questa lava è ricoperta oggi dalla cenere dello scetticismo, effetto di molte e gravi delusioni. Ma appunto perciò i proletari rivoluzionari di Francia debbono essere più severi verso il loro partito e debbono denunziare senza pietà ogni differenza che ci fosse fra le parole e i fatti del partito. Gli operai francesi hanno bisogno di un organismo di lotta forte come l’acciaio, con dei capi controllati dalla massa ad ogni tappa del movimento rivoluzionario. Quanto tempo ci darà la storia per prepararci? Non lo sappiamo. Da cinquant’anni la borghesia francese detiene ed esercita il potere, dopo aver proclamato la Terza Repubblica sulle ossa dei comunardi. I lottatori del ’71 non mancavano d’eroismo. Mancava loro la chiarezza del metodo ed un organismo dirigente centralizzato. Ecco perché sono stati vinti. Mezzo secolo è dovuto passare, prima che il proletariato francese si potesse porre il problema di vendicare i morti della Comune. Ma questa volta l’azione sarà più decisa, più concentrata. Gli eredi di Thiers dovranno pagare il loro debito storico, integralmente.

Note

1. Jules Favre, Ernest Picard, Etienne Garnier-Pages: esponenti politici repubblicani durante la Commune, i primi due contribuirono attivamente alla sua repressione.

2. Joseph Paul-Boncour, Alexandre Varenne, Pierre Renaudel, esponenti della Sfio, Partito socialista francese, all’epoca in cui Trotskij scriveva.

3. Charles Longuet: genero di Marx, membro della Prima Internazionale, partecipò alla Comune.

4. Adrien Pressemane: membro della Sfio, di cui fu deputato tra il 1914 e il 1928.

5. Jules Ferry: esponente del partito repubblicano nella terza repubblica francese, fu due volte primo ministro negli anni ’80 del XIX secolo.

6. Alexandre Millerand: primo ministro francese nel 1920, fu in seguito presidente della repubblica fino al 1924; inizialmente di tendenza socialista, si spostò sempre più a destra durante la sua carriera ministeriale.

7. Gaston de Gallifet: generale dell’esercito di Napoleone III, dopo essere stato fatto prigioniero e poi liberato dai tedeschi, partecipò alla repressione della Comune rendendosi responsabile del massacro indiscriminato di migliaia di prigionieri.

8. Eugène Varlin: membro della Prima Internazionale e del Comitato centrale della Guardia nazionale.


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mercoledì 14 aprile 2021




 Pubblichiamo due degli scritti redatti da Lenin per analizzare e celebrare l’esperienza della Comune di Parigi.

 Il primo, “Gli insegnamenti della Comune”, offre un parallelo tra la sconfitta del 1871 in Francia e quella del 1905 in Russia. Proprio grazie alle lezioni fornite dalla Comune, le illusioni patriottiche hanno meno presa tra i rivoluzionari e i lavoratori russi rispetto ai compagni parigini.Delineando i tratti comuni ad ambo gli avvenimenti – il disastro economico e l’umiliazione nazionale – Lenin ribadisce l’obiettivo dell’espropriazione della borghesia e affronta la necessità della lotta di classe armata a sostegno dell’insurrezione.

“In memoria della Comune”, invece, è uno scritto fondamentale per la sintesi e la chiarezza con cui Lenin stende il bilancio di questo avvenimento. La sua utilità, però, non si ferma a questo punto.Lo studio di Marx e della Comune di Parigi permettono a Lenin di comporre, a qualche anno di distanza, un testo fondamentale per la teoria marxista sullo stato: “Stato e Rivoluzione”.  Lo scritto che segue, dunque, può esserne considerato un’anticipazione.

 In entrambi i testi, Lenin sottolinea la portata internazionale della Comune di Parigi, il tentativo di emancipazione del proletariato in quanto classe, aldilà dei confini e del periodo. Sappiamo che vi saranno nuove insurrezioni, nuovi tentativi rivoluzionari. Far tesoro di questa esperienza, integrandola agli altri grandi avvenimenti in cui il proletariato è stato protagonista, ci consentirà una volta per tutte di giungere alla vittoria. Solo così il sangue della Comune non sarà stato versato invano. 

(Dal sito Marxpedia)


Gli insegnamenti della Comune Lenin, 23/03/1908

Dopo il colpo di Stato che aveva troncato la rivoluzione del 1848, la Francia era caduta per diciotto anni sotto il giogo del regime napoleonico. Questo regime aveva condotto il paese non solo alla rovina economica, ma anche all'umiliazione nazionale. 

Il proletariato, insorto contro il vecchio regime, si addossò due compiti, I ‘uno nazionale e l'altro di classe: la liberazione della Francia dall'invasione della Germania e l'emancipazione socialista degli operai dal capitalismo. 

L'unione dei due compiti è il tratto più originale della Comune.

La borghesia aveva costituito allora «un governo di difesa nazionale», e il proletariato doveva lottare per l'indipendenza nazionale sotto la sua direzione. 

In realtà quello era un governo del «tradimento nazionale», che vedeva la propria missione nella lotta contro il proletariato parigino. Ma il proletariato, accecato dalle illusioni patriottiche, non se ne accorgeva. L'idea patriottica risale alla Grande rivoluzione del XVIII secolo; essa dominò le menti dei socialisti della Comune, e Blanqui, per esempio, che fu indubbiamente un rivoluzionario e un ardente fautore del socialismo, non trovò per il suo giornale un titolo più appropriato del grido borghese, la patria è in pericolo!

Nell'unione di compiti contraddittori - patriottismo e socialismo - consistette il fatale errore dei socialisti francesi.

Già nel manifesto dell'Internazionale, nel settembre 1870, Marx aveva messo in guardia il proletariato francese dal lasciarsi sviare dalla falsa idea nazionale [156]: profonde trasformazioni si sono compiute dopo la Grande rivoluzione, gli antagonismi di classe si sono inaspriti, e se allora la lotta contro la reazione di tutta l'Europa unì tutta la nazione rivoluzionaria, oggi il proletariato rivoluzionario non può più unire i propri interessi a quelli delle altre classi, ad esso ostili; ricada sulla borghesia la responsabilità dell'umiliazione nazionale: compito del proletariato è di lottare per l'emancipazione socialista del lavoro dal giogo della borghesia.

Ed effettivamente il vero sostrato del «patriottismo» borghese non tardò a manifestarsi. Conclusa una pace vergognosa coi prussiani, il governo versagliese si accinse ad adempiere il suo compito immediato e intraprese un'incursione contro il temibile armamento del proletariato di Parigi in armi. Gli operai risposero con la proclamazione della Comune e con la guerra civile.

Benché il proletariato socialista fosse diviso in molte sette, la Comune fu un brillante esempio dell'unanimità con cui il proletariato sa assolvere i compiti democratici che la borghesia ha saputo soltanto enunciare. 

 

Conquistato il potere, il proletariato, senza nessuna complicata legislazione speciale, semplicemente, attuò di fatto la democratizzazione del regime sociale, soppresse la burocrazia, istituì l'elettività dei funzionari da parte del popolo.

Ma due errori distrussero i frutti della brillante vittoria. Il proletariato si fermò a mezza strada: invece di procedere alla espropriazione degli espropriatori si lasciò sedurre dai sogni dell'instaurazione di una giustizia superiore in un paese unito da un compito nazionale; non ci s'impadronì, per esempio, di istituzioni come la Banca; le teorie dei proudhoniani sul «giusto scambio» ecc. dominavano ancora tra i socialisti. 

Il secondo errore fu l'eccessiva magnanimità del proletariato: avrebbe dovuto sterminare i suoi nemici, e si sforzò invece di agire moralmente su di essi, trascurò l'importanza delle azioni prettamente militari nella guerra civile e, invece di coronare la propria vittoria a Parigi con un'offensiva decisiva contro Versailles, temporeggiò e diede tempo al governo versagliese di raccogliere le forze reazionarie e di preparare la sanguinosa settimana di maggio.

Ma, con tutti i suoi errori, la Comune è il piú grande esempio del piú grandioso movimento proletario del XIX secolo.

Marx apprezzò altamente l'importanza storica della Comune: se, durante la proditoria incursione della banda versagliese per impadronirsi delle armi del proletariato di Parigi, gli operai se le fossero lasciate prendere senza combattere, il significato negativo della demoralizzazione suscitata da una simile debolezza del movimento proletario sarebbe stato di gran lunga più grave del danno dovuto alle perdite che la classe operaia subì nella battaglia per difendere le proprie armi [157]. Per quanto grandi fossero stati i sacrifici della Comune, essi furono compensati dalla sua importanza per la lotta proletaria in generale: la Comune risvegliò il movimento socialista in tutta l'Europa, mostrò la forza della guerra civile, dissipò le illusioni patriottiche e distrusse la fede ingenua nelle aspirazioni nazionali della borghesia La Comune insegnò al proletariato europeo a stabilire concretamente gli obiettivi della rivoluzione socialista.

 

L'insegnamento che il proletariato ne ricevette non sarà dimenticato. La classe operaia se ne avvarrà, come già se ne avvalse in Russia nell'insurrezione di dicembre.

Il periodo che ha preceduto la rivoluzione russa, che l'aveva preparata, presenta una certa rassomiglianza col periodo del giogo napoleonico in Francia. Anche in Russia la cricca autocratica aveva condotto il paese agli orrori della rovina economica e dell'umiliazione nazionale. Ma per lungo tempo la rivoluzione non era potuta scoppiare fino a che lo sviluppo sociale non aveva creato le condizioni per un movimento di massa, e, nonostante il loro eroismo, gli attacchi isolati contro il governo nel periodo che precedette la rivoluzione si erano infranti contro l'indifferenza delle masse popolari. Solo la socialdemocrazia, con un lavoro tenace e metodico, educò le masse alle forme di lotta superiori: le azioni di massa e la guerra civile armata.

Essa aveva saputo eliminare nel giovane proletariato gli errori «nazionali» e «patriottici», e dopo che, grazie al suo intervento diretto, si riuscì a strappare allo zar il manifesto del 17 ottobre, il proletariato passò a un'energica preparazione all'inevitabile tappa successiva della rivoluzione: l'insurrezione armata. Libero dalle illusioni «nazionali», esso concentrò le sue forze di classe nelle organizzazioni di massa: i soviet dei deputati degli operai e dei soldati, ecc. E, nonostante che gli scopi e i compiti posti dalla rivoluzione russa fossero completamente differenti da quelli posti dalla rivoluzione francese del 1871, il proletariato russo dovette ricorrere allo stesso metodo di lotta a cui aveva dato vita la Comune di Parigi: la guerra civile. Ricordando i suoi insegnamenti, esso sapeva di non dover trascurare i mezzi di lotta pacifici - questi giovano ai suoi interessi quotidiani, correnti, sono necessari nei periodi di preparazione delle rivoluzioni -, ma di non dovere neanche mai dimenticare che, in determinate condizioni, la lotta di classe sfocia in forme di lotta armata e di guerra civile; vi sono momenti in cui gli interessi del proletariato esigono lo spietato stermino dei nemici in combattimenti aperti. Ciò fu dimostrato per la prima volta dal proletariato francese nella Comune e brillantemente confermato dal proletariato russo nell'insurrezione di dicembre.

Queste due grandiose insurrezioni della classe operaia sono state represse: ebbene, ci sarà una nuova insurrezione, davanti alla quale le forze dei nemici del proletariato risulteranno deboli, nella quale il proletariato socialista riporterà una completa vittoria.

*) (155) Si tratta del resoconto di una relazione di Lenin. La redazione del giornale che la pubblicò la fece precedere dalla seguente nota: «Il 18 marzo si è tenuto a Ginevra un comizio internazionale dedicato a tre anniversari proletari: il venticinquesimo anniversario della morte di Marx, il sessantesimo della rivoluzione del marzo 1849 e quello della Comune di Parigi. A nome del POSDR intervenne il compagno Lenin che parlò del significato della Comune».

156) Cfr.,  Il Partito e l'Internazionale, ed. cit., pag. 155.

157) Per il giudizio sulla funzione storica della Comune come «precorritrice della nuova società» cfr. nell'opera di Marx, La guerra civile in Francia, L'indirizzo del Consiglio generale dell'Associazione internazionale degli operai sulla guerra civile in Francia nel 1871 e in particolare il suo terzo paragrafo (Il partito e l'Internazionale, ed. cit. pp. 174-190, nonché le due lettere di Marx a Kugelmann del 12 e 17 aprile 1871 (Lettere a Kugelmann, ed. cit. pp. 139-140 e 141-142).

 

 

In memoria della Comune Lenin

Quarant’anni sono passati dalla proclamazione della Comune di Parigi. Con comizi e manifestazioni il proletariato francese ha commemorato, come d’uso, gli artefici della rivoluzione del 18 marzo 1871. Negli ultimi giorni di maggio, esso andrà nuovamente a deporre corone sulle tombe dei comunardi fucilati, vittime dell’orribile «settimana di maggio» e a giurare ancora una volta di combattere senza tregua fino al trionfo completo delle loro idee, fino alla completa realizzazione dell’opera che ci hanno affidata.

Perché il proletariato, e non solo il proletariato francese, ma di tutto il mondo, onora negli artefici della Comune di Parigi i suoi precursori? Qual è l’eredità della Comune?

La Comune nacque spontaneamente. 

Nessuno l’aveva preparata coscientemente e metodicamente. 

Una guerra disgraziata con la Germania, le sofferenze dell’assedio, la disoccupazione del proletariato, la rovina della piccola borghesia, l’indignazione delle masse contro le classi superiori e contro le autorità, che avevano dato prova di assoluta inettitudine, un fermento confuso nella classe operaia che malcontenta della propria situazione, aspirava a un nuovo regime sociale, la composizione reazionaria dell’Assemblea nazionale, che suscitava timori per la sorte della Repubblica: tutti questi fattori e molti altri concorsero a spingere il popolo di Parigi alla rivoluzione del 18 marzo.

Questa rivoluzione fece passare improvvisamente il potere nelle mani della guardia nazionale, della classe operaia e della piccola borghesia che si era unita agli operai.

Fu un avvenimento senza precedenti nella storia. 

Fino allora, il potere era stato sempre generalmente nelle mani dei grandi proprietari fondiari e dei capitalisti, cioè dei loro uomini di fiducia formanti il cosiddetto governo. 

Dopo la rivoluzione del 18 marzo, dopo la fuga da Parigi del governo del signor Thiers, delle sue truppe, della sua polizia e dei suoi funzionari, il popolo rimase padrone della situazione e il potere passò al proletariato. 

Ma, nella società attuale, il proletariato è economicamente asservito al capitale, non può dominare politicamente senza spezzare le catene che lo avvincono al capitale. Ecco perché il movimento della Comune doveva inevitabilmente assumere un colore socialista, tendere cioè all’abbattimento del dominio della borghesia, del dominio del capitale, e alla demolizione delle basi stesse del regime sociale dell’epoca.

All’inizio, il movimento, fu estremamente eterogeneo e confuso. 

Vi aderirono anche i patrioti con la speranza che la Comune avrebbe ripreso la guerra contro i tedeschi e l’avrebbe condotta a buon fine. 

Il movimento era anche sostenuto dai piccoli commercianti minacciati da rovina se il pagamento delle cambiali e degli affitti non fosse stato prorogato (ciò che il governo aveva rifiutato di fare e che invece la Comune accordò). Infine, nei primi tempi, il movimento ebbe, in parte, la simpatia dei repubblicani borghesi i quali temevano che l’Assemblea nazionale reazionaria (i «rurali», i rozzi e brutali grandi proprietari fondiari) restaurasse la monarchia. Ma la funzione principale fu evidentemente assolta dagli operai (soprattutto dagli artigiani di Parigi), fra i quali, durante gli ultimi anni del secondo Impero, era stata svolta un’attiva propaganda socialista, e molti appartenevano anche all’Internazionale.

Gli operai furono i soli a restare fino alla fine fedeli alla Comune. 

I repubblicani borghesi e i piccoli borghesi se ne staccarono presto; gli uni furono spaventati dal carattere proletario, rivoluzionario e socialista del movimento, gli altri si ritirarono quando videro il movimento destinato a una sicura disfatta. 

Soltanto i proletari francesi sostennero senza paura e senza stanchezza il loro governo Combatterono e morirono per la sua difesa, cioè per la causa dell’emancipazione della classe operaia, per un avvenire migliore di tutti i lavoratori.

Abbandonata dai suoi alleati della vigilia e priva di qualsiasi appoggio, la Comune era destinata alla disfatta. 

Tutta la borghesia francese, tutti i grandi proprietari fondiari, tutti gli uomini della Borsa, tutti i fabbricanti, tutti i ladri grandi e piccoli, tutti gli sfruttatori, si unirono contro di essa. 

Questa coalizione borghese, sostenuta da Bismarck (che liberò 100.000 prigionieri di guerra francesi per sottomettere Parigi rivoluzionaria), riuscì a sollevare i contadini ignoranti e la piccola borghesia provinciale contro il proletariato di Parigi e a chiuderne la metà in un cerchio di ferro (l’altra metà era bloccata dall’armata tedesca).

In qualche grande città della Francia (Marsiglia, Lione, Saint-Étienne, Digione, ecc.) gli operai tentarono anch’essi di prendere il potere, di proclamare la Comune e di correre in aiuto di Parigi, ma i loro tentativi fallirono rapidamente. 

E Parigi che, prima, aveva levato lo stendardo dell’insurrezione proletaria, ridotta alle sole sue forze, si trovò votata alla catastrofe inevitabile.

Due condizioni, almeno, sono necessarie perché una rivoluzione sociale possa trionfare: 

1.il livello elevato delle forze produttive e 

2.la preparazione del proletariato. 

Nel 1871, queste due condizioni mancavano. Il capitalismo francese era ancora poco sviluppato, e la Francia era ancora un paese prevalentemente piccolo-borghese (di artigiani, contadini, piccoli commercianti, ecc.). D’altra parte, non esisteva un partito operaio, la classe operaia non era né preparata né lungamente addestrata e, nella sua massa, non aveva un’idea chiara dei suoi compiti e dei mezzi per assolverli. Non esistevano né una buona organizzazione politica del proletariato, né grandi sindacati, né associazioni cooperative…

Ma, soprattutto, la Comune non ebbe il tempo, la libertà di orientarsi, e di dar principio alla realizzazione del suo programma. 

Non aveva ancora potuto mettersi all’opera, e già il governo che sedeva a Versailles, appoggiato da tutta la borghesia, apriva le ostilità contro Parigi. 

La Comune dovette, prima di tutto, pensare a difendersi. 

E fino ai suoi ultimi giorni, che vanno dal 21 al 28 maggio, essa non ebbe il tempo di pensare seriamente ad altro.

Del resto, malgrado le condizioni cosi sfavorevoli, malgrado la brevità della sua esistenza, la Comune riuscì a adottare qualche misura che caratterizza sufficientemente il suo vero significato e i suoi scopi. 

Essa sostituì l’esercito permanente, strumento cieco delle classi dominanti, con l’armamento generale del popolo, proclamò la separazione della Chiesa dallo Stato, soppresse il bilancio dei culti (cioè lo stipendio statale ai preti), diede all’istruzione, pubblica un carattere puramente laico, arrecando un grave, colpo ai gendarmi in sottana nera.

Nel campo puramente sociale, essa poté far poco; ma questo poco dimostra con sufficiente chiarezza il suo carattere di governo del popolo, di governo degli operai. 

Il lavoro notturno nelle panetterie fu proibito; il sistema delle multe, questo furto legalizzato a danno degli operai, fu abolito; infine, la Comune promulgò il famoso decreto in virtù del quale tutte le officine, fabbriche e opifici abbandonati o lasciati inattivi dai loro proprietari venivano rimessi a cooperative operaie per la ripresa della produzione. 

Per accentuare il suo carattere realmente democratico e proletario, la Comune decretò che lo stipendio di tutti i suoi funzionari e dei membri del governo non potesse sorpassare il salario normale degli operai e in nessun caso superare i 6000 franchi all’anno (meno di 200 rubli al mese).

Tutte queste misure dimostrano abbastanza chiaramente che la Comune costituiva un pericolo mortale per il vecchio mondo fondato sull’asservimento e sullo sfruttamento. 

Perciò, finché la bandiera rossa del proletariato sventolava sul Palazzo comunale di Parigi, la borghesia non poteva dormire sonni tranquilli. E quando, infine, le forze governative organizzate riuscirono ad avere il sopravvento sulle forze male organizzate della rivoluzione, i generali bonapartisti, sconfitti dai tedeschi, ma valorosi contro i compatrioti vinti, questi Rennenkampf e Möller-Zakomelski francesi compirono una carneficina quale Parigi non aveva mai visto. Circa 30.000 parigini furono massacrati dalla soldataglia scatenata, circa 45.000 furono arrestati; di questi ultimi molti furono uccisi in seguito; a migliaia furono gettati in carcere e deportati. In complesso, Parigi perde circa 100.000 dei suoi figli, e fra essi i migliori operai di tutti i mestieri.

La borghesia era soddisfatta. «Ora il socialismo è finito per molto tempo», diceva il suo capo, il mostriciattolo sanguinario Thiers, dopo il bagno di sangue che egli e i suoi generali avevano fatto subire al proletariato parigino. Ma i corvi borghesi gracchiavano a torto. Sei anni circa dopo lo schiacciamento della Comune, quando molti dei suoi combattenti gemevano ancora nella galera e nell’esilio, il movimento operaio rinasceva in Francia. La nuova generazione socialista, arricchita dall’esperienza dei suoi predecessori, e per nulla scoraggiata per la loro sconfitta, impugnava la bandiera caduta dalle mani dei combattenti della Comune e la portava avanti con mano ferma e coraggiosa al grido di «Evviva la rivoluzione sociale! Evviva la Comune!». Due-quattro anni più tardi il nuovo partito operaio e l’agitazione che esso scatenava nel paese obbligavano le classi dominanti a restituire la libertà ai comunardi rimasti nelle mani del governo.

Il ricordo dei combattenti della Comune è venerato non solo dagli operai francesi, ma dal proletariato di tutti i paesi. 

Perché la Comune non combatté per una causa puramente locale o strettamente nazionale, ma per l’emancipazione di tutta l’umanità lavoratrice, di tutti i diseredati e di tutti gli offesi. 

Combattente avanzata della rivoluzione sociale, la Comune si è guadagnata le simpatie dovunque il proletariato soffre e combatte. 

Il quadro della sua vita e della sua morte, la visione del governo operaio che prese e conservò per oltre due mesi la capitale del mondo, lo spettacolo della lotta eroica del proletariato e delle sue sofferenze dopo la sconfitta, tutto questo ha rinvigorito il morale di milioni di operai, ha risvegliato le loro speranze, ha conquistato le loro simpatie al socialismo. 

Il rombo dei cannoni di Parigi ha svegliato dal sonno profondo gli strati sociali più arretrati del proletariato e ha dato ovunque nuovo impulso allo sviluppo della propaganda rivoluzionaria socialista. 

Ecco perché l’opera della Comune non è morta; essa rivive in ciascuno di noi.

La causa della Comune è la causa della rivoluzione socialista, la causa dell’integrale emancipazione politica ed economica dei lavoratori, è la causa del proletariato mondiale. 

In questo senso essa è immortale.


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