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L'Appello di Erri de Luca per il referendum del 17 Aprile

Facciamo nostro e pubblichiamo l'appello di Erri de Luca per il Referendum del 17 Aprile prossimo :ci pare importante contribuire fattiv...

giovedì 25 aprile 2019


 

Vogliono consegnare ai giovani un passato «al buio» 

Enzo Collotti, il Manifesto 24-04-2019
Un ministro contro il 25 aprile. La tenuta della democrazia è strettamente legata alla condivisione di valori fatti propri nella pluralità delle espressioni dalla stragrande maggioranza della popolazione. Il tentativo di ribaltare questa realtà con la seduzione di una apparente novità, ci riporterebbe indietro di oltre mezzo secolo. Più volte è stata ventilata l’idea di abolire la festa della Liberazione, ma ha sempre prevalso la consapevolezza di quanto è costato il prezzo della libertà
Per la prima volta nella storia della nostra Repubblica un ministro della Repubblica si dissocia dalla partecipazione alle celebrazioni del 25 Aprile. Non si tratta di una opzione personale, ma il gesto si profila come un vero e proprio atto eversivo che colpisce al cuore uno dei motivi fondanti della nostra Costituzione e del nostro stare insieme come comunità e società civile e politica. Nessuno finora aveva osato mettere in dubbio o in discussione la comunità di valori sintetizzata nella data del 25 Aprile.
Da una parte viene da applaudirealla caduta del velo di ipocrisia che poteva coprire l’unanimismo sul 25 Aprile, ma dall’altra non possiamo e non dobbiamo nasconderci la pericolosità di atteggiamenti del genere. Non c’è bisogno di richiamare i molti, troppi, episodi fascistoidi di cui sono piene le cronache per rendersi conto del momento di confusione e di incertezza che sta attraversando il nostro Paese. Ma la frattura che si produce al vertice istituzionale suona come un campanello d’allarme che non va in alcun modo sottovalutato.
Nel momento in cui il Paese si spacca pro o contro il 25 Aprilela data della Liberazione diventa ostaggio della battaglia per il consenso. Se, come fu bene espresso tanti anni fa in un aureo libretto da Pietro Scoppola, la convergenza sul 25 Aprile non annullava diversità e divergenze, politiche ed ideologiche, l’annullamento del 25 Aprile comporta molteplici conseguenze sul piano storico e sul piano politico-culturale.
Dal punto di vista storico, lo sforzo di costruire una identità nazionale partendo da un punto di vista comune nella valutazione di un passato che ci ha lasciato in eredità solo rovine e macerie viene totalmente vanificato.
È questo un aspetto che non si riflette soltanto nell’immediata attualità, ma riguarda in particolare le generazioni più giovani, alle quali rischiamo di consegnare un passato senza alcun punto di riferimento, un passato al buio, senza orizzonti. Qui più che mai la storia dà fastidio; la storia come attitudine critica e premessa alla critica del presente è sempre stata la bestia nera di tutti i comportamenti autoritari e contrari alla dialettica della democrazia. L’annullamento della storia è una delle condizioni che consentirebbe il dilagare dei comportamenti svincolati da ogni pregiudiziale ideologica o etica.
Dal punto di vista politico culturale, il venir meno del XXV aprile – stavolta lo scriviamo col numero romano come si conviene alle date fondative – come punto di riferimento comune legittima qualsiasi confusione e operazione trasformistica. Il 25 Aprile ha fatto da diga contro gli scivolamenti verso la destra estrema e le ambigue contiguità con il neofascismo, quale che ne fosse il volto. Neppure negli anni della Democrazia Cristiana più bieca e del dominio berlusconiano, quella diga ha mancato la sua funzione.
Oggi bisogna considerare, tra l’altro, la distanza di tempo che ci separa da quel giorno e il venir meno della continuità generazionale che contribuisce ad appannare la memoria e a favorire azioni di rottura che prima ancora di riguardare il passato incidono direttamente sul nostro presente.
La tenuta della democraziaè strettamente legata alla condivisione di valori fatti propri nella pluralità delle espressioni dalla stragrande maggioranza della popolazione. Il tentativo di ribaltare questa realtà con la seduzione di una apparente novità, ci riporterebbe indietro di oltre mezzo secolo. Più volte è stata ventilata l’idea di abolire la festa della Liberazione, ma ha sempre prevalso la consapevolezza di quanto è costato il prezzo della libertà.
Tuttavia, questa consapevolezza non è acquisita una volta per sempre, essa va continuamente alimentata e rinnovata con il lavoro e l’impegno delle Istituzioni e in primo luogo della scuola.
Ancora una volta fondamentale è il passaggio generazionale nel quale si perdono le memorie individuali e la memoria collettiva deve essere sostenuta con ogni impegno dalla azione delle Istituzioni, dalla lezione della storia, dalla convinzione che nessun progresso è possibile se viene meno il collante della consapevolezza e della solidarietà.

Le mani sul 25 Aprile, tra pseudostoria e fascismo molecolare Angelo d’Orsi

Difendere la Liberazione. È dagli anni Ottanta che la destra cerca di derubricare il fascismo da regime totalitario a una fase come un’altra della storia nazionale. E Salvini rincara la dose. In particolare il «caso foibe» indica il successo del mix fra uso dei media, crisi della ex sinistra storica, revisionismo storiografico
Ancora un 25 Aprile, e le polemiche fioccano e partono gli usi e abusi politici di quella data a fini beceramente elettorali. Eppure si tratta di una ricorrenza che dovrebbe, a oltre settant’anni, essere ormai parte integrante del patrimonio civile, riconosciuta, e festeggiata, come tale, da tutti.
Il basamento sostanziale dell’Italiaintesa come Repubblica dei partiti, fondata sulla Costituzione, è precisamente il 25 aprile 1945. Del resto, se vogliamo istituire una corona delle date basilari della nazione, dopo il fascismo dobbiamo disporre in sequenza l’8 settembre del ’43, il 25 aprile del ’45, il 2 giugno del ’46, e il 1° gennaio del ‘48: la prima data è la rinascita della patria, sottratta al vilipendio e allo sconcio abuso fattone dal fascismo; la terza la nascita formale della Repubblica, col referendum abrogativo della Monarchia; la quarta l’entrata in vigore della Carta Costituzionale, redatta nel biennio postreferendario. Al centro di quel quinquennio ’43-’48, si colloca il 25 aprile, che come le grandi date storiche, sarebbe bene scrivere in cifre romane, e con la maiuscola, come il XX settembre…
Ci hanno provato, reiteratamente, ad annullare il valore di questa data; hanno ripetuto trattarsi di una data «divisiva» mentre occorre arrivare alla concordia nazionale, che si fonderebbe sulle «memorie condivise», sulla «pacificazione degli animi», sulla fine della «guerra delle memorie»… Hanno tentato di sostituire quella data con il 4 novembre, presentato come effetto della «union sacrée» di partiti e spiriti che condusse alla «vittoria» nella Grande guerra; hanno detto via via che non era obbligatorio per un governante festeggiare il XXV Aprile – metto il numero romano considerando la data fondativa del nostro attuale ordinamento democratico -, o che v’era di meglio da fare (andare al mare, giocare con figli o nipoti, guardare la tv, persino leggere un libro…); ovvero che comunque trattandosi di una data «di parte», chi non era di «quella parte» non doveva sentirsi obbligato a commemorarla.
Una sequela di proposizionie giustificazioni prive di buon senso, oltre che di senso storico, espressioni di un mediocre qualunquismo che si colloca, a ben vedere, al di fuori del perimetro della comunità nazionale, la quale, ribadiamolo, si fonda proprio su quelle quattro date succitate, e la «data delle date», la data principe, che richiama, con la liberazione di Milano, da parte delle squadre partigiane, la fine del fascismo, è appunto il 25 aprile 1945.
Ora certamente l’ultima esternazione dell’incontinente Salvini, il ministro di tutti i ministeri, è fastidiosa, e pretestuosa, come ogni sua parola, ma conosciamo il suo ghigno feroce alternato al sorriso bonaccione, l’uno e l’altro grottesche rappresentazioni di un classico finto capo, direbbe Gramsci.
E in fondo non dobbiamo preoccuparcene più di tanto: lui è soltanto, in modo folcloristico, il punto d’arrivo di un percorso che la destra ha compiuto almeno a partire dalla seconda metà degli anni Ottanta, e soprattutto dopo il 1989.
È questo percorso a preoccupare, percorso storiografico, culturale, politico, nel cui hardcore v’è l’intento di derubricare il fascismo da regime totalitario a una fase come un’altra della storia patria, e, per riprendere la famosa proposizione di Renzo De Felice, se il fascismo è morto, non v’è ragione di far sopravvivere, forzatamente, inutilmente l’antifascismo. Anche recentissimamente, v’è chi, storico togato in Accademia, ha rilanciato la tesi della superfluità dell’antifascismo, della sua assoluta inattualità, essendo del tutto inesistenti gli indizi di un ritorno del fascismo.
Ma chi abbia occhi e orecchie sa che mentre si fanno prove tecniche di regime, vede già un fascismo molecolare, il fascismo passato nelle teste e nei cuori di troppe persone, quel fascismo che si esprime attraverso una perdita di umanità, un disprezzo della vite degli altri, una ferocia fatta di atti e di parole, un razzismo dei piccoli gesti della quotidianità, alternato a vere azioni di tipo squadristico, mentre sempre di più il fascismo storico viene guardato con benevolenza, talora con simpatia, e nelle tabaccherie si trovano i busti neri del duce, magari non proprio esposti in vetrina (ma a volte sì, impudentemente), e non soltanto a Predappio, divenuto luogo di un turismo mussoliniano, sovente con la connivenza di istituzioni democratiche e antifasciste…
E tutta la storia alle nostre spalleviene ancora una volta banalizzata e riproposta in chiave di dibattito televisivo, per cui ciascuno è autorizzato a «dire la sua», mentre, parallelamente, si impone, magari a suon di leggi, in un inquietante silenzio della comunità democratica, se ancora esiste, e nell’emarginazione quasi totale dei professionisti della ricerca storica, qualche «verità» di Stato.
Il «caso foibe» è paradigmatico del successo raggiunto dal combinato disposto fra pseudostoria dei media (basti pensare ad alcune figure di storici ufficiali che ormai compaiono inesorabilmente in tv a consacrare la nascita della storia secondo il palinsesto della televisione), cedimento della ex sinistra storica sui punti essenziali del proprio identikit ideologico, e revisionismo storiografico-giornalistico giunto ormai da oltre un decennio alla sua fase estrema, «rovescistica».
Una mezza verità, decontestualizzata e condita di particolari «cinematografici», ossia una menzogna vera, diventa «verità politica», che ha il solo scopo di rilanciare e corroborare la nuova stagione dell’eterno anticomunismo.
Dunque i partigiani, da eroi divenuti canaglie, e la guerra di liberazione trasformata in guerra civile, dove torti e ragioni si spartiscono equamente (ma con un progressivo prevalere dei torti della Resistenza…, e le foibe raccontate sono un meraviglioso aggancio in tal senso), sono i nuovi soggetti di una narrazione che alla fine può in modo «naturale» arrivare a cancellare il XXV Aprile obliterando il suo significato storico e la sua valenza civile, come cemento autentico della comunità nazionale. Serve dire: stiamo in guardia?

Nuto Revelli e gli archivi parlanti dei vinti. Ieri e oggi Claudio Canal

Partigiano, testimone, scrittore. Dal futuro ci spiega che solo l’ascolto partecipe del popolo del dolore, permetterà di trovare la parola che libera. Che il 25 aprile comincia il 26 
«Non sono i fascisti che ci preoccupano. I fascisti– lo grido ben forte, perché li ho visti con i miei occhi – non sono dei combattenti. I fascisti li temiamo e li odiamo, sottolineo li odiamo, perché arrivano sempre dopo le operazioni di guerra, arrivano sempre dopo i rastrellamenti, al seguito dei tedeschi. I fascisti sono feroci nelle rappresaglie contro la popolazione, contro gli inermi». Scriveva Nuto Revelli, morto quindici anni fa e nato cent’anni fa.
Le ricorrenze lasciano il tempo che trovanoe trovano noi pronti a ripetere che Nuto non è solo il partigiano, il testimone, il memorialista, che già basterebbe, ma è soprattutto uno dei più grandi scrittori dei nostri tempi. Se per nostri si intende domani e dopodomani.
Nuto Revelli chi? Un giovanissimo alpino, sottotenente d’accademia che nel 1942 parte per il fronte orientale, insieme ad altri 230.000 soldati italiani, in quella che ancora oggi viene definita Campagna di Russia o Ritirata di Russiae mai per ciò che è veramente stata, una aggressione all’Unione Sovietica. Pianificata da Mussolini per accaparrare quello che vaneggia sarà il bottino di guerra e per far dimenticare l’umiliazione di non essere stato capace di invadere la Grecia. L’attacco avrà un risultato disastroso sia per i tedeschi sia per gli italiani, che in 90.000 non torneranno più. Rientrato nel 1943 Revelli, dopo l’8 settembre, partecipa alla formazione di bande partigiane nel cuneese, ne diventa comandante e si scontra duramente con fascisti e nazisti.
Terminata la guerra il geometra Revelli avvia l’attività di commerciante in ferro e contemporaneamente comincia a risarcire il debito di memoria per chi è rimasto nella steppa e per chi è tornato ammutolito e guasto.
Saranno tre straordinari libridi bianca allucinazione:La guerra dei poveri,La strada del davaiL’ultimo fronte. Verranno poi Il mondo dei vinti e L’anello forte, la contadina commedia di uomini e donne attraversati dalle turbolente trasformazioni del secolare paesaggio umano della montagna e della campagna. Sono anche l’epica dell’ascolto, messa al lavoro da Nuto, in solitudine quasi perfetta. Conosce la loro lingua, non solo nel senso che parla il medesimo dialetto aguzzo, ma soprattutto perché riconosce il loro mondo e il loro essere al mondo. Lo prende e lo trapianta in quel terreno che in Occidente abbiamo deciso di battezzare Letteratura.
Verranno poi ancora un inarrivabile tedesco buono,Il disperso di Marburg, e un prete non prete, Il prete giusto.
Nuto Revelli indaga gli archivi parlanti che sono le persone con cui dialoga, i vinti.
Vinti, gente vinta, dimenticata, non perché non ha saputo lottare, ma perché bastonata, colpita alle spalle. E se vieni colpito alle spalle non sai neppure a chi dare la colpa. Contro chi rivoltarti.
I vinti e gli anelli forti, le donne, cui Revelli dà la parola appartengono a generazioni passate, ma è come se fossero nati oggi, tanta è la distanza che prendono dal loro mondo e così forte il desiderio di uscirne, dalla notte del mondo.
Voglio che parlino gli emarginati di sempre, i sordomuti, i sopravvissuti al grande genocidio, come parlerebbero in una democrazia vera. È il mondo dei vinti che mi apre alla speranza, che mi carica di una rabbia giovane, che mi spinge a lottare contro la società sbagliata di oggi.
Non è che adesso manchino i vinti, è che hanno indossato la maschera di vincitori e, come tali, digrignano i denti nell’illusione che basti, aizzati da bellimbusti di governo e di opposizione, da trafficanti di retorica e di strepito, dal fascismo che non muore. Dal futuro Nuto Revelli ci spiega che solo l’ascolto partecipe del popolo del dolore, solo il riconoscimento della sofferenza personale e collettiva permetterà di trovare la parola che libera. Che il 25 aprile comincia il 26.
E noi così cominceremo. Infatti la scena di Ti ricordi, Nuto?si propone non a caso nei locali di una Società di Mutuo Soccorso d’ambo i sessinata nel 1908 a cui la partecipazione è libera, laica, antifascista.
Oggi è la ballata scenica a rimescolare le carte e con la parola, la musica, la danza, le immagini, i silenzi, lascia che sia Nuto Revelli a commemorarci.
(* Ti ricordi, Nuto?Ballata scenica di Claudio Canal con Silvia A. Genta. Venerdì 3 maggio, ore 21,00 presso la Soms E.De Amicis, corso Casale 134, Torino)

Salvini e Di Maio giocano con il 25 aprile Andrea Fabozzi

Liberazione. Il ministro dell'interno se ne frega. Il ministro del lavoro quest'anno invece fa il resistente. Dopo che il Movimento ha sostenuto con parole identiche a quelle del ministro dell'interno oggi che la festa della Liberazione era "morta"
«Se sarà premier parteciperà ai festeggiamenti per il 25 aprile?», chiedeva il Corriere della Sera a Matteo Salvini alla vigilia delle ultime elezioni. E lui rispondeva: «Sì, certo. Sarà mio dovere essere presente». Premier non lo è diventato, ma vice sì e smentendosi alla prima occasione ha deciso di non partecipare a nessuna cerimonia pubblica per la Liberazione. Domani, proprio domani, inaugurerà un commissariato di polizia a Corleone. Perché «fascismo e comunismo non ritornano» e «i pericoli reali oggi sono la mafia e il terrorismo».
Salvini spinge al massimo il suo relativismo, aggiungendo che non sarà «in corteo qua o là». Perché impegnato, tagliando un nastro, «nella lotta contro la mafia che non conosce festivi o prefestivi». A ciascuno, bontà sua, il diritto di «festeggiare vestito e colorato come meglio crede». Lui starà lontano, lo aveva già detto, «dai fazzoletti rossi, fazzoletti verdi, neri, gialli e bianchi». Tutti i colori uguali, tutti uguali, il 25 aprile, fascisti e comunisti. Il revisionismo dall’alto, da palazzo Chigi, è così completo. Ma, ribatte subito l’associazione partigiani con una dichiarazione che è soprattutto una speranza, «nessuno riuscirà a cancellare la festa del 25 aprile». Nemmeno «chi cerca di negarla, paragonandola a uno scontro tra fascisti e comunisti, mentre fu lotta vincitrice del popolo italiano contro il nazi-fascismo».
Di questi, Di Maio non ne lascia passare una al compagno di governo, e per questo decide di vestirsi da resistente. «Leggo che qualcuno oggi arriva persino a negare il 25 aprile», scrive sul suo diario pubblico: i due vice presidenti del Consiglio infatti si parlano via facebook. «Lo trovo grave – aggiunge il capo 5 Stelle – con il menefreghismo non si va da nessuna parte». L’affondo contro Salvini non si ferma, più avanti Di Maio aggiunge: «È curioso che coloro che oggi negano il 25 aprile siano gli stessi che hanno aderito al congresso di Verona, passeggiando mano nella mano con gli antiabortisti». Se l’identikit di Salvini è preciso, il legame tra le due vicende risulta un po’ oscuro se non che tutto fa brodo per attaccare l’alleato.
Soprattutto se può servire ai 5 Stelle per togliersi un po’ di quella patina di estrema destra che la frequentazione con la Lega gli deposita addosso. E infatti quando il segretario nazionale della Cgil Maurizio Landini, badando al sodo più che ai distinguo, mette insieme tutto il «governo» condannandone «l’atteggiamento sbagliato e inaccettabile» con cui affronta il 25 aprile perché «hanno giurato sulla Costituzione e se non c’era la Liberazione non c’era la democrazia», immediatamente l’ufficio stampa dei grillini ricorda a Landini che «il 25 aprile il M5S sarà insieme a tanti altri manifestanti nelle piazze italiane, a partire proprio dal nostro vicepremier Di Maio che parteciperà alle celebrazioni organizzate dalla Comunità ebraica a Roma».
La comunità, infatti, anche quest’anno ha scelto di non unirsi – come ormai da cinque anni dopo una furiosa lite in piazza tra i rappresentanti dei palestinesi e lo spezzone della brigata ebraica – alla tradizionale manifestazione dell’Anpi a porta San Paolo. Gli ebrei romani celebreranno il 25 aprile in due appuntamenti, alla sinagoga di via Balbo, dove ci saranno Di Maio e Bonafede, e al cimitero del Commonwealth, dove ci sarà la ministra Trenta.
Eppure quello che Salvini dice oggi del 25 aprile non è diverso da quello che hanno detto per anni proprio i grillini. A cominciare dal 25 aprile di undici anni fa, la data scelta da Grillo per il suo secondo V-Day a Torino al grido «siamo noi i veri partigiani». Sempre per Grillo, nel 2013, il 25 aprile era «morto» e nello stesso anno l’allora candidato a sindaco di Roma Marcello De Vito (attualmente in custodia cautelare in carcere) quasi con le stesse parole di Salvini annunciò di non partecipare alle manifestazioni «per sottrarmi alle solite commedie». Di «fascismi rossi e neri» parlava ancora il movimento nel 2015, quando Casaleggio senior spiegava che le «categorie» fascismo e antifascismo servivano solo a «strumentalizzare», perché «non va demonizzato nessuno, è possibile che in entrambe le parti ci siano stati errori ma anche scelte fatte in buona fede».
Tutto facile da spiegare: i 5 Stelle all’epoca avevano l’esigenza, opposta a quella di oggi, di accreditarsi presso gli elettori di destra. Adesso invece Di Maio, in difficoltà, deve riscoprire il 25 aprile. E il suo post «resistente» riceve alcune migliaia di like più di quello di Salvini, che pure ha molti più amici su facebook. Sono cose che contano.
ATTIMI DI UTOPIA
https://youtu.be/foVhDsFS9Ug 



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