Archivio il sessantotto

venerdì 27 gennaio 2012

Aperistoria: secondo ciclo.



L’Archivio’68 prosegue nella collaborazione con la casa del popolo di San Niccolò dando un seguito all’iniziativa di “Aperistoria” che qualche risultato ha ottenuto. L’intento che ci prefiggiamo è quello di tentare di rompere il cerchio del “pensiero unico” che ci assedia cioè cercare di uscire dalla palude culturale del berlusconismo che ha inquinato e continua ad inquinare l’aria di questo paese. Anche in questo secondo ciclo accostiamo un film o un documentario ad un libro che ci è parso stimolante, per tentare di riavviare un dibattito e una forma di contro-informazione tra le persone. Anche ad un esame superficiale del programma si nota che ben tre titoli e proiezioni si riferiscono alla storia recentissima e ad alcuni temi “caldi”. Per gli approfondimenti alla storia del ‘900 proponiamo l’anteprima di un documentario prodotto l’anno passato che rievoca la figura di Guido Picelli combattente antifascista e antistalinista caduto in Spagna nel 1937. Siamo contenti di occuparci di uomini come Picelli che se non presentati correttamente appaiono come “eroi” o “santini” ma rischiano di non dire nulla al pubblico di oggi : vogliamo invece far capire come in condizioni anche terribili negli anni trenta, uomini come lui potessero continuare a lottare e a battersi per la libertà e il socialismo. Può darsi che serva a dare coraggio a chi ,oggi, si vuol spendere per un mondo più giusto.


Giovedì 2 Febbraio 2012

Libro “Viva Mussolini” di Aram Mattioli ed Garzanti
Film/documentario "All'armi siam fascisti" di Lino Del Fra,Mangini Miccichè, 113'
(Italia 1962)

Giovedì 1 Marzo 2012

Libro "Il grande saccheggio" di Piero Bevilacqua.Ed Laterza
Film/documentario "Inside job" di Charles Ferguson, 120' (Belgio,
2010)

Giovedì 5 Aprile 2012

Libro "Noi della Diaz", "L'eclisse della democrazia" di Lorenzo Gadagnucci
Film/documentario "G8/2001. Fare un golpe e farla franca" di Beppe
Cremagnani ed Enrico Deaglio, 60' (Italia, 2009)

Giovedì 3 Maggio 2012

Film/documentario "Il Ribelle. Guido Picelli, un eroe scomodo" di
Giancarlo Bocchi, 72' (italia/Russia/Spagna, 2011) (in originale,
dalla Vitagraph casa di produzione)

Giovedì 7 Giugno 2012

Libro "La P2 nei diari segreti di Tina Anselmi"
Film "Il divo" di Paolo Sorrentino, 110' (Italia 2008) (in originale,

lunedì 10 ottobre 2011

Una nuova iniziativa dell'archivio










Comunichiamo che l’Archivio’68 terrà,assieme al circolo URL-Arci di S. Niccolò, una iniziativa di divulgazione di temi storici con una formula abbastanza nuova che è stata battezzata “Aperistoria”. Essa si basa sull’idea che si può promuovere un approfondimento di alcuni temi di storia partendo non dalla solita conferenza a cui partecipare può essere talvolta pesante, ma da alcune sollecitazioni condotte in atmosfera rilassata( e appunto..conviviale). L’avvio sarà costituito dalla visione di un film o di un documentario e il proseguo, sarà costituito da una discussione tra i partecipanti prendendo spunto dalla presentazione di testi di letteratura e di storia scelti per la loro significatività e per la loro brevità. Lo scopo principale che ci proponiamo è,quindi, quello di avviare una riflessione collettiva sui temi scelti;questo nella convinzione che solo così si possa sviluppare una consapevolezza maggiore nella società civile.


I temi prescelti sono stati selezionati cercando di evitare le ovvietà e le difficoltà e le sollecitazioni offerte vorrebbero innescare un processo di approfondimento di tematiche sempre attuali, anche se quelle oggetto di riflessione non si riferiscono tutte all’immediato. I temi scelti sono quattro :


1) L’Italia Berlusconiana (perché e come siamo giunti a questi punti)
Visione del documentario di E. Deaglio “Quando c’era Silvio” ( Giovedì 20 Ottobre 2011)e presentazione di due testi di storici italiani che esaminano il berlusconismo dal punto di vista storico (27.10.2011)


2) La persecuzione degli omosessuali sotto il nazismo, proiezione del documentario “Paragraph 175” di Epstein e Friedman (4 Novembre 2011) e presentazione del libro di Gad.Beck: “Dietro il velo sottile”.(11.11.2011)


3) Lo Stalinismo : visione del film “Il Proiezionista di S. Konchalovskji (Giovedì 18 Novembre 2011),presentazione del romanzo di Vassilij Grossman ;”Tutto scorre” (25.11.2011)


4) La Strage di Piazza Fontana. Vedremo due documentari di due maestri del cinema :E,Petri e P.P.Pasolini (Giovedì 1.12.2011) e presenteremo il libro di L.Pinelli e P.Scaramucci “Una storia quasi soltanto mia. (Lunedì 12 Dicembre 2011)














lunedì 26 settembre 2011

Il Ribelle,Guido Picelli un eroe scomodo







Lunedì 20 settembre c'è stata la proiezione in prima italiana ,a Reggio Emilia, del documentario di Giancarlo Bocchi sulla vita leggendaria di Guido Picelli, una figura poco nota in Italia di militante rivoluzionario che varrebbe la pena di conoscere e far conoscere perché è attraverso questo lavoro di scavo nella memoria del movimento operaio e comunista che si può riprendere lena anche per il presente. Il titolo del documentario è quello riportato nel titolo.Giustamente Roberto Silvestri nell'articolo di presentazione dell'iniziativa, sul "Manifesto" di qualche giorno fa parla di un eroe "rimosso" più che sconosciuto.Organizzatore degli "Arditi del Popolo e della "Guardia Rossa", ex- ufficiale della prima guerra mondiale, socialista prima e comunista dal 1921, mai dogmatico, fautore di una unità degli operai e contadini che superasse gli steccati ideologici, parlamentare (fu lui che il primo Maggio 1924 appese al pennone di Palazzo Chigi la Bandiera Rossa!!!), partecipò alla guerra di Spagna con una colonna che portava il suo nome ed era vicino ai militanti del POUM. Fu ucciso sul Monte Cristobal in Spagna da un misterioso colpo di fucile alla schiena. Noi speriamo di poter vedere questo film anche a Firenze. Segnalo che c'è anche su Facebook una pagina che si occupa del film e invito i nostri lettori a consultarla.







Vito Nanni



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venerdì 15 luglio 2011

Perché rileggere i Classici


























Brecht scrisse, tra le altre cose, una lirica bellissima dedicata al pensiero nelle opere dei classici che comincia così:


“Nudo e senza fronzoli
Ti vien di fronte, senza vergogna; che è
Sicuro della sua utilità.
Non si cura che tu già lo conosca: gli basta
Che tu l’abbia dimenticato.
Parla
Col piglio rude della grandezza..”


Ho ripensato a questa lirica di Brecht rileggendo il “Discorso sulla servitù volontaria” scritto a ventiquattro anni da un genio che si chiamava Étienne de la Boétie ( non per niente in Francia viene definito il Rimbaud della politica)che fu,tra l’altro, l’amico più caro di Michel de Montaigne che lo assisté quando il giovane morì di peste a trentatré anni durante le terribili guerre di religione che insanguinarono la Francia nella seconda metà del cinquecento. E’ un testo fulminante che si occupa di un argomento che era centrale nella Francia di allora e che è tornato centrale oggi : capire come mai i cittadini di un paese preferiscano vivere sottoposti al giogo di una tirannia piuttosto che vivere in libertà. Étienne, come tutti i classici, ha una risposta semplicissima egli dice:

“Com’è possibile che tanti uomini sopportino un tiranno che non ha forza se non quella che essi gli danno. Da dove prenderebbe i tanti occhi con cui vi spia se voi non glieli forniste? Siate risoluti a non servire più, ed eccovi liberi”


Egli compie cioè un’operazione di smascheramento del potere verticale del sovrano in nome di una apologia della libertà radicale di tutti che va rivendicata collettivamente dai cittadini : è un cambiamento di paradigma politico pari a quello di Machiavelli, forse ancor più rivoluzionario. Questo bellissimo saggio è stato ristampato oggi dall’Editrice Chiarelettere di Milano con un incisivo saggio introduttivo di Paolo Flores d’Arcais e contiene in appendice un altro testo “sovversivo”Il Saggio sull’arte di strisciare ad uso dei cortigiani” scritto dal barone d’Holbach il filosofo franco tedesco amico di Diderot, D’Alembert e collaboratore dell’Enciclopedia. Questa è una delle letture estive che consigliamo ai nostri compagni e amici e a tutti quelli che ci seguono perché siano sempre più corroborati nella lotta che dobbiamo anche noi condurre contro le tirannie che abbiamo la sfortuna di vivere e subire e non intendo solo quella del “piccolo Cesare” di Arcore, ma quella del “mercato” e molte altre. Tra i molti vantaggi del libro c’è da annoverare anche il prezzo ridottissimo( Euro 7) il che si presta ad una diffusione ancor più larga perché può essere presentato come dono, omaggio,provocazione ad un nemico o avversario politico. Vorremmo riuscire a presentarlo anche noi a Settembre durante una iniziativa pubblica di lettura. Speriamo di riuscirci.
Nel frattempo, buone vacanze a tutti.







Vito Nanni












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domenica 10 luglio 2011

Importante iniziativa politica ed editoriale





La Fondazione Micheletti di Brescia ha pubblicato il secondo volume di un progetto politico editoriale molto vasto e impegnativo che si intitola" Il Sistema e i movimenti.Europa 1945-1989" Editoriale Jaca Book 2011. Il primo volume "L'Età del Comunismo sovietico.Europa 1900-1945)" non ha avuto alcuna segnalazione nè sulla stampa né in altri organi di informazione. Sabato 9 Luglio 2011,invece, "Il Manifesto" ha pubblicato una bella recensione dell'iniziativa che segnalo all'attenzione dei lettori con un articolo dal titolo significativo "Ben scavato vecchie talpe". Il progetto complessivo della fondazione Micheletti si intitola "L'Altronovecento,Comunismo eretico e pensiero critico"scopo principale dell'opera è sottrarre le "dignità civili e antropologiche implicite nell'idea di comunismo alla sepoltura definitiva cui nell'opinione dei più sono state consegnate con il crollo dell'Unione Sovietica nel 1989 e l'implosione del "comunismo realizzato".E questo compito intende svolgere presentando sinteticamente ma attraverso un ricco schema di concetti, e connessioni storiche presentando pensatori e movimenti che durante il novecento hanno radicalmente criticato sia il capitalismo liberista che il comunismo sovietico e i partiti che lo rappresentavano. Rovesciando quindi una vulgata molto diffusa Pier Paolo Poggio , il coordinatore dell'opera, vuole mostrare "L'altro Novecento" cioè quel complesso di teorici,studiosi, ma anche movimenti che hanno provato a modulare il concetto di comunismo che uscisse dalla logica del rapporto di forza amico/nemico.Il progetto prevede nel complesso un'opera in cinque volumi. A quelli già usciti seguiranno nell'ordine rispettivamente : "Capitalismo e rivoluzione nelle Americhe 1900-1989", "Anticolonialismo e comunismo in Africa e Asia 1900-1989", Comunismo e pensiero critico nel XXI° Secolo.

Come si vede si tratta di un'opera molto impegnativa e ambiziosa che andrà analizzata con grande attenzione. Il volume che è uscito in questi giorni,quello sul Sistema e i movimenti, ci riguarda direttamente e pensiamo di darne conto sulle pagine di questo Blog. Comunque rimandiamo anche ad una visita del sito della fondazione: http//www. fondazionemicheletti.it che è uno degli istituti culturali più importanti di questo paese.





Vito Nanni




























mercoledì 6 luglio 2011

"I Grandi Baroni" sono i proprietari del pappagallo?





I "padroni del vapore" di Ernesto Rossi uscì in prima edizione presso Laterza nel 1955 in tre mila copie subito esaurite ed in un'altra ristampa del febbraio successivo di duemila copie. Fu un testo che sollecitò parecchi interventi presso la pubblicistica dell'epoca anche perché, cosa strana per quei tempi fu trasmesso in televisione ed alla radio un dibattito sul libro appena uscito nelle librerie con lo stesso autore ed il presidente della Confindustria Angelo Costa, moderatore Ugo La Malfa.

Costa fu messo subito in difficoltà dalle precise considerazioni di Ernesto Rossi che chiamava in causa la responsabilità della classe imprenditoriale, accusata di avere uno scarso senso degli interessi nazionali e di aver avuto una corresponsabilità continuata con la dittatura fascista e la sua politica protezionista ed assistenzialistica, politica di cui avevano beneficiato, e per altro beneficiavano ancora nel secondo dopoguerra i magnati dell'industria. Alle strette, con stupore degli ascoltatori, il presidente della Confindustria ammise con semplicità che " Gli industriali italiani erano uomini come gli altri, con i loro pregi e le loro manchevolezze", ovviamente il pubblicista gli ricordò che "Ogni categoria sociale ha tanta maggiore responsabilità per tutto quello che avviene nella vita pubblica del proprio paese quanto maggiore è il suo potere". In una lettera a Laterza Rossi confidò di essere diventato più famoso della "lollo"in seguito al dibattito radio-televisivo , intendendo Gina Lollobrigida, attrice che in quegli anni era salita alla ribalta con numerosi film.
Dopo nove anni immerso nella ricerca presso gli archivi, Ernesto Rossi torna sul suo libro e ne prepara una nuova edizione. Il testo viene rivisitato e modificato in alcune parti dopo aver consultato le molte pubblicazioni di "schifosa propaganda della politica autarchica e corporativa di economisti" come Papi, Fanfani, quello che poi sarà leader della Democrazia Cristiana, Vito ecc., e dopo aver ricostruito il finanziamento del movimento fascista da parte dei "Grandi Baroni" della industria e della finanza già prima della marcia su Roma. Su questo tema nacque una polemica con De Felice che aveva già pubblicato il suo primo Tomo della monumentale opera sul Fascismo .(vedi "l'Astrolabio")
Un altro punto sviluppato nella nuova edizione è la riflessione sul trasformismo delle "grandi firme" giornalistiche fra le quali primeggiava Mario Missiroli , giornalista affermato sia durante il fascismo sia dopo, Presidente della stampa italiana e direttore del Messaggero di Roma negli anni sessanta e che rappresentava l'opportunismo di un cospicuo numero di intellettuali che avevano incensato la dittatura.
Ne "I padroni del vapore" è ricostruito il rapporto imprenditori-fascismo utilizzando come fonti documentarie i fascicoli dell'Ufficio Studi della Confindustria, gli Atti delle sedute parlamentari, i bilanci delle principali Società per azioni, con un'analisi che permette di evidenziare i limiti del ceto dirigente italiano che ha come orizzonte il proprio particolare.
Altri testi sulla quale si basano le considerazioni dell'autore sono i due volumi di Felice Guarneri, editi nel 1953,"Battaglie economiche fra le due guerre", responsabile dei servizi economici della Confindustria dal 1920 al 1935 e poi Ministro agli Scambi e alle Valute, di fatto un funzionario di primo piano del grande capitale. Ma, questa è una particolarità di molti dirigenti "tecnici" e giuristi, ritroviamo Guarneri nella repubblica del dopoguerra ricoprire numerose cariche importanti, Presidente dell'Istituto Fondiario Beni Stabili, Presidente delle Industrie Petrolifere e Chimiche, Presidente Fondiaria Mobiliare e Immobiliare, consigliere di amministrazione di numerose società tra cui la Edison,la Montedison, la Falk.
Questo aspetto, carriere prestigiose del fascismo che continuano ad affermarsi anche dopo il 1945 con la repubblica democratica, è una caratteristica che il lavoro di Rossi chiarisce ampiamente: dirigenti industriali, politici, economisti, giuristi presenti nell'età liberale in posizioni di rilievo, continuano ad avere una presenza attiva nell'establishment della dittatura ed ancora, nei limiti della loro età anagrafica, con un ruolo di primo piano nelle Università come nelle Industrie, nelle Banche o nei Ministeri come responsabili della "nuova politica economica" repubblicana.
Una dimostrazione pratica di come le "regole essenziali" che hanno caratterizzato l'evoluzione del capitale, della finanza e l'economia nell'età liberale ha convissuto pacificamente con il fascismo prima e con la democrazia dopo. Il sapere della cultura dominante ha percorso l'evoluzione delle forme politiche modulando il proprio intervento senza per questo perdere potere ed efficacia nel raggiungimento dei propri obiettivi.
Un altro testo studiato da Rossi è "Dal taccuino di un borghese" (ed. del 1946 e del 1986 con il Mulino) di Ettore Conti, imprenditore, Alto Commissario armi e munizioni e aeronautiche nel 1919-1920, Senatore del Regno presidente della Confindustria dal 1918 al 1922, direttore della Banca Commerciale dal 1930 al 1945, consigliere Assicurazioni Generali, della Montecatini, direttore tecnico amministrativo della Edison, nella sua persona l'intreccio economico imprenditoriale, finanziario, politico e diplomatico che nel ventennio ha contribuito e sostenuto le politiche del regime.
Ernesto Rossi non è un marxista, ha come punto di riferimento l'economia anglosassone, per questo la sua opera vuole essere in primo luogo una denuncia, non moralistica ma politica, del pericolo che uno Stato corre quando si avvia un processo di concentrazione in poche mani del potere economico , mani che finanziano partiti e stampa, corrompendo politici ed alti burocrati e facendo leva su sentimenti nazionalistici. Ma vuole anche offrire elementi concreti per fare un bilancio dell'eredità del ventennio, dove "I Grandi Baroni" hanno rafforzato e conservato i loro patrimoni, hanno aumentato la loro influenza nelle scelte politiche economiche, hanno collocato uomini di fiducia nella Pubblica Amministrazione, mentre le gerarchie ecclesiastiche a partire dai Patti Lateranensi hanno accresciuto patrimoni e privilegi. E' interessante l'attenzione nei confronti della Pubblica Amministrazione dedicata dall'autore soprattutto sulla grande trasformazione che avviene dal 1922 in poi e che vede la presenza nei più alti gradi della burocrazia di funzionari incapaci e corrotti che hanno fatto carriera solo per la "sicura fede".
In una "combinazione" norme-burocrazie, dove leggi appropriate che restringevano la potenzialità economica di nuove imprese (es. RDL del 1926 n.413, che regolava la disciplina delle spa e RDL del 1927 n. 2107, che prescriveva l'obbligo per i centri urbani con più di centomila abitanti di aprire nuovi impianti industriali con più di cento operai solo dopo il preventivo permesso del Ministero dell'Economia) e dirigenti ministeriali, asserviti alla Confindustria riuscivano a cristallizzare l'economia del paese assicurando la formazione dei monopoli . Il Sindacato degli industriali attraverso i veti burocratici e l'ampio impianto normativo che il fascismo era riuscito a varare potevano così far quadrato nei confronti di eventuali concorrenti.
In una lettera al proprio editore, Rossi scriveva:"Giacchè facciamo questo lavoro, cerchiamo di farlo bene, in modo che possa veramente servire come raccolta e prima elaborazione di documenti allo storico del futuro", questa "prima elaborazione" di Rossi per lo storico futuro ricopre ancora un ruolo fondamentale nella ricostruzione economica politica della salita al potere del fascismo, del regime e del dopoguerra, perché ancora vi sono nel campo della ricerca numerose lacune da colmare, a partire dai nodi posti da Rossi prendiamo ad esempio il sodalizio che sin dall'inizio si attua fra la Confindustria e i fascisti:
Il fascismo garantisce già da subito insieme alle figure politiche conservatrici alcuni desiderata dei padroni del vapore. Infatti se ci soffermiamo sulle prime decisioni prese dal governo fasciste, non possiamo dimenticare che il 14 novembre del 1922, il consiglio su proposta di Mussolini approva un disegno di legge che di fatto chiude i lavori della "Commissione di inchiesta sulla guerra" istituita nel 1920 da Giolitti che era composta da 15 deputati e da 15 senatori. La Commissione doveva accertare oneri finanziari a carico dello Stato per le spese di guerra, procedere alla revisione delle commesse delle indennità, individuare ogni responsabilità morale, giuridica, amministrativa, politica; recuperare all'erario ciò che risultasse doversi recuperare cioè una parte considerevole "dei lucri indebiti od eccessivi". Nonostante l'ostruzionismo dei fornitori di materiale bellico e dei complici ministeriali la Commissione aveva fatto un ottimo lavoro decidendo il recupero di circa 320 milioni di lire dell'epoca come primo pacchetto di recupero, ovviamente la stampa "patriottica" respingeva l'accusa individuando nella Commissione un organo manovrato dai "rossi".
Eppure solo due anni prima Mussolini aveva tuonato sul "Popolo d'Italia" che sulle commesse di guerra dei "briganti che hanno perpetrato ruberie colossali. Noi crediamo che si possa recuperare centinaia e centinaia di milioni"(2/6/1920). Di fatto, in seguito Mussolini risarcisce la grande industria che gli ha spianato la strada del potere con l'affossamento di questo recupero, e sarà lo stesso "duce" ad ammetterlo il 19/7/1924 all'on. Begnasco che gli aveva presentato una commissione di operai fascisti di Torino (vedi "il Lavoro"): " Il Governo, attraverso il Ministero delle Finanze, ha favorito l'industria, fino a condonarle 300 milioni di lire di utili abusivi di guerra, ridotti ora a qualche decina di milioni che sono stati anche rateati in parecchi anni."
Fra i maggiori recuperi non avvenuti ci sono 46 milioni dell'Ansaldo ( i cui proprietari, i fratelli Perrone) avevano finanziato la marcia su Roma e 44 milioni dell'ILVA dove l'amministratore era Max Bondi.
Un altro benefit agli imprenditori da parte del nuovo regime fu il decreto del 29/11/1922 n.1478 che aveva abrogato la legge 474 che obbligava le società commerciali ad investire in titoli di Stato la terza parte delle loro riserve, il decreto fu firmato da Facta e pubblicato il 29/11/1922 ed ancora, il ddl del Tesoro e Finanza che abrogava la legge 24 del 1920 sulla obbligatorietà della conversione in nominativi dei titoli al portatore emessi dallo Stato, Provincia,Comuni e spa, legge voluta da Giolitti per bloccare l'evasione fiscale. Questa norma era fortemente osteggiata dai più grandi imprenditori se solo l'otto novembre del 1922 il Presidente della Confindustria, il Presidente della Lega degli industriali di Torino, Conti, Falk, Olivetti, Biancardi avevano chiesto la abolizione della nominatività estesa anche ai privati.
Non basta più per lo storico accertare la già documentata fase del finanziamento dei "Padroni del vapore" al movimento fascista, ma occorre indagare quanto abbia pesato per le scelte economiche e politiche del ventennio questo pesante rapporto fra la Confindustria e il ceto dirigente in camicia nera.
A dimostrare quanto, per puro tornaconto, il governo fascista fosse a conoscenza ed avesse accettato l'impianto invischiato che il padronato della Confindustria aveva costruito a suo totale beneficio è chiarito dalla presa di posizione di Mussolini del 1943 quando era a capo della Repubblica di Salò dopo aver "registrato" l'abbandono del sostegno al suo governo da parte di alcuni grandi imprenditori. Giuseppe Dolfin, segretario di Mussolini, inviò un dossier , nel dicembre del 1943, al capo della polizia:"D'ordine del Duce ti trasmetto l'accluso fascicolo che documenta attraverso quali sistemi di corruzione determinati noti industriali, fra i quali Volpi, Donegani ed altri, immobilizzassero ogni libertà d'azione sia di dirigenti sindacali che di alti funzionari dello Stato che venivano loro legati attraverso integrazioni vere e proprie di stipendi. E' desiderio Superiore [di Mussolini ] che venga compiuta una rigorosa inchiesta atta ad individuare le singole responsabilità che vanno perseguite a norma di legge. Una parte di questi industriali sono indiziati attualmente come finanziatori di partigiani".( Archivio Centrale dello Stato,Segreteria particolare del duce, carteggio riservato RSI, b.16,f. Volpi)
Come bene osserva Mimmo Franzinelli nella presentazione del libro di Rossi, " le notizie raccolte dai capi della Repubblica Sociale Italiana rivelano retrospettivamente l'esistenza di un collaudato sistemi di tangenti versate dalla Confindustria ad alti funzionari dello Stato".
Ci sono un altro paio di considerazioni che suscita il lavoro dell'autore, la prima riguarda le teorie corporative che sono presenti nel mondo accademico cattolico, già da molto tempo prima del fascismo. Le organizzazioni elefantiache legate al Ministero delle Corporazioni prive di reali risultati soddisfacenti, lasceranno il loro segno nella Pubblica Amministrazione anche dopo il 1945 , ed ancor di più l'impianto civilistico e penale dei codici preparati da Rocco ed i suoi collaboratori, che altro non sono che una summa appartenente alla cultura reazionaria del pensiero giuridico. La Repubblica italiana sorta dopo il fascismo, come mai ha mantenuto quell'impianto composto dai codici che hanno regolamentato ancora per decenni la vita democratica del paese?
L'immagine che ci hanno dato di Mussolini le analisi di storici, i numerosi documentari trasmessi in TV, i reportage giornalistici , tranne in pochi casi, sorvolano sulla economia e sull'influenza che questa ha avuto sulle decisioni politiche del ventennio, sulle reali condizioni sociali delle classi inferiori, ma "esaltano" più o meno "l'originalità" e lo spessore politico del movimento. Senza nulla togliere all'importanza di fare ricerche storiche che individuino le diversità e che specifichino in maniera documentata le vicende del passato, sarebbe interessante rivisitare i discorsi e gli articoli di Mussolini, in qualità di massimo esponente fascista, contestualizzandoli con quello che "realmente" è accaduto. Sotto lo smalto del decisionismo austero, pieno di ferme prese di posizioni e di disegni ben ponderati, forse scopriremmo un altro duce: un abile imbonitore e mediatore, ossequioso dei poteri forti, che ricatta e modifica le posizioni in poco tempo per seguire una propria sensibilità politica ed al tempo stesso un "capo" che ha la capacità di costruire attorno alla propria figura pubblica un'immagine irreale che suggestiona.
La freschezza e l'attualità dell'opera di Ernesto Rossi, antifascista, al confino con i migliori intellettuali, amico di Salvemini e Rosselli e grande giornalista e scrittore, sta nella capacità di indagare il passato senza farsi fuorviare dai pappagalli, come annota in una sua lettera, a lui interessava individuare e rilevare le malefatte del padrone del pappagallo.



giovedì 9 giugno 2011

Ermanno Rea: un napoletano non moderato








Lo scrittore e giornalista napoletano Ermanno Rea ha pubblicato il 1 Giugno 2011 sul quotidiano “Il Manifesto” il bellissimo articolo che qui riportiamo perché costituisce uno degli interventi più significativi apparsi sulla stampa a commento del risultato delle elezioni amministrative di questo 2011.Ermanno Rea (Classe 1927) è inutile ricordarlo è autore di famosi romanzi tra cui cito solo i suoi due più celebri “Mistero Napoletano” apparso nel 1995 per le edizioni Einaudi e “La Dismissione” del 2002 pubblicato da Rizzoli sulla vicenda della deindustrializzazione dell’area di Bagnoli a Napoli.




Ho votato anch'io per Luigi De Magistris. Beninteso idealmente soltanto, da momento che non faccio più parte da tempo immemorabile delle liste elettorali napoletane. La mia dichiarazione di voto l'ho fatta pubblicamente il giorno prima che fossero aperti i seggi (vedi l'intervista firmata da Angelo Mastrandrea sul manifesto del 15 maggio scorso); anzi prima, avendo sottoscritto un appello a favore dell'ex magistrato a campagna elettorale appena iniziata. Perché ho votato anch'io per De Magistris? Non nutro particolari simpatie politiche verso l'Italia dei Valori e verso il suo leader Di Pietro (anche se ho condiviso nel tempo più di una sua sortita controcorrente e, in generale, la sua inclinazione all'intransigenza); non conosco personalmente il nuovo sindaco di Napoli e ho informazioni alquanto confuse sul suo operato di magistrato nonché sulla sua attività di europarlamentare.
Allora perché mi sono precocemente schierato a suo favore? In nome di che cosa? So bene che mi corre l'obbligo di dare una risposta convincente e non banale a questa domanda. Una risposta capace di contenere al suo interno non soltanto la mia personale soddisfazione per come sono andate le cose, ma la soddisfazione, spesso spinta fino all'entusiasmo, della maggioranza dei miei concittadini che hanno issato rabbiosamente (proprio così, rabbiosamente, al di là delle parole di certi gazzettieri sempre a caccia del "pittoresco" partenopeo) quest'uomo-bandiera sulle loro (le nostre) macerie.
Ed ecco la mia risposta nella sua scabra semplicità. Io ho votato (idealmente) per De Magistris perché non è un moderato. Perché detesto con tutto me stesso coloro che in questo nostro Paese di camaleonti abusano cinicamente di questa parola per contrabbandare la loro disponibilità ai peggiori compromessi, la loro riottosa opposizione a ogni forma di cambiamento e di innovazione, la loro irrefrenabile empatia per i cosiddetti uomini-cricca, i salassatori delle risorse pubbliche, i piccoli e grandi ladri, e tanto meglio se sono contemporaneamente legati all'Opus Dei o se sono addirittura «gentiluomini del Papa».
Così sono i "moderati" nei fatti. Almeno in Italia. Nei fatti però, non nel lessico politico e televisivo dove i significati delle parole vengono normalmente stravolti senza per altro che nessuno si ribelli e invochi quanto meno un po' di giustizia e correttezza almeno sul piano della semantica. Insomma nel lessico politico e televisivo questa genia chissà come si santifica, da acqua sporca che era si trasforma in acqua benedetta. Ancora l'altro ieri, nel corso delle torrenziali discussioni di commento all'esito delle elezioni si sono sentite riecheggiare insopportabili idiozie.
A cominciare da quella secondo la quale De Magistris e Pisapia, pur non essendo dei moderati, sarebbero tuttavia persone garbate e perbene, e ciò quasi a garanzia che non esagereranno nel difendere rom, immigrati e altri diseredati; che non si ergeranno, al di là di certi limiti, a paladini della legalità (altrimenti chiamata persecuzione giudiziaria); che non mortificheranno troppo palazzinari e affini; che non difenderanno con zelo eccessivo e riprovevole (beninteso dal punto di vista dello sviluppo economico) paesaggio e ambiente.
Ecco dunque perché ho votato (idealmente) per De Magistris, ed ecco perché penso che l'abbiano votato in massa nella mia città natale, dove forse più che altrove di moderatismo perverso si muore, come dimostra tutta la storia della metropoli campana dall'unificazione nazionale ai giorni nostri, intessuta com'è, senza sosta, di compromessi, malversazioni, scandali, collusioni camorristiche, compravendite di voti, bugie, abusi (è passato un sessantennio e forse più , ma chi ha dimenticato a Napoli, e non soltanto a Napoli, l'armatore Achille Lauro?)
Ci volle la caduta del muro di Berlino, nel 1989, e la successiva ascesa alla poltrona di sindaco di Antonio Bassolino perché all'ombra del Vesuvio cominciasse ad aver corso legale la parola speranza. Speranza in un destino diverso, non più di sottosviluppo e di illegalità diffusa. Purtroppo quella speranza, incautamente chiamata Rinascimento, durò pochissimo, sopraffatta proprio da quel vento avvolgente e diabolicamente seduttivo cui non so che altro titolo dare se non quello di moderatismo all'italiana.
Ne rimase vittima lo stesso Bassolino, che pure aveva esordito sfidando tutti i vecchi dèmoni della città, chiedendo ai suoi concittadini di essere protagonisti, in prima persona, di un cambiamento epocale attraverso una partecipazione politica appassionata e ininterrotta, salvo poi arroccarsi progressivamente nella sua cittadella amministrativa fino a spegnere ogni entusiasmo con la politica della rassicurazione (ci penso io a raddrizzare le cose, basta con le mobilitazioni generali, abbiate fiducia in me...).
Sarà capace Luigi De Magistris di resistere alle tentazioni dell'autosufficienza? Di chiedere ai napoletani di essere presenti con tutta la loro creatività nella difficilissima guerra contro gli innumerevoli mali e perversioni che avvelenano la metropoli, a cominciare da quella illegalità generalizzata, madre di tutti i disastri di ieri e di oggi?
Io questo naturalmente non lo so, non so cioè fino a che punto il nuovo sindaco saprà essere sino in fondo all'altezza del compito che si è assunto. Tutto quello che so è che i suoi modi, la sua faccia, la sua cultura, le cose che dice e il modo come le dice certificano che non è un moderato, e quindi è in grado di non lasciarsi condizionare dalle perfide sirene partenopee, ammaliatrici sin dall'antichità più remota. Insomma l'uomo non sembra privo di quel pizzico di giacobinismo che, come ebbi già modo di dire ad Angelo Mastrandrea nella citata intervista del 14 maggio scorso, a me pare essenziale in chi voglia oggi, generosamente, accingersi nell'immane compito di mutare la stessa morfologia sociale e civile di una città lasciata colpevolmente sprofondare in una sorta di cruento caos (De Magistris esordisce come sindaco in una Napoli tanto festosa quanto listata a lutto per la morte di un turista straniero vittima di uno scippo in pieno centro cittadino).
Il compito dell'ex magistrato è di quelli che fanno rabbrividire (ma anche entusiasmare): capovolgere da cima a fondo il volto tumefatto di una città. Renderla sicura. Rispettosa delle leggi. Ordinata. Accogliente. Non so quante volte l'ho detto e l'ho scritto: sono un uomo avanti negli anni, amareggiato e scettico ma incapace di rinunciare a un vecchio sogno che mi accompagnerà fino alla fine. Il sogno di una Napoli fiorita, con tante bouganville e altri rampicanti ai balconi e nelle aiuole pubbliche, maniacalmente pulita e odorosa, gentile nei modi, obbediente alle leggi (dalle più solenni alle più quotidiane e minute), irreprensibile nel traffico e comunque severa con i suoi trasgressori, dotata di una vasta rete di candide strisce pedonali (così rassicuranti per vecchi e disabili), allegra e ospitale, come è sempre stata, ma senza sguaiataggine.
Si tratta davvero di un sogno assurdo e irrealizzabile? Forse sì. O Forse no, chissà. In ogni caso se un tentativo di emendarsi può essere ancora compiuto, ciò è possibile a una sola condizione: che a occupare la poltrona di sindaco non vi sia un cosiddetto moderato. Più precisamente, uno sporco moderato.

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