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L'Appello di Erri de Luca per il referendum del 17 Aprile

Facciamo nostro e pubblichiamo l'appello di Erri de Luca per il Referendum del 17 Aprile prossimo :ci pare importante contribuire fattiv...

giovedì 8 novembre 2018

La ragazza che ero la riconosco 
Schegge di autobiografie femministe, a cura di Silvia Neonato, Iacobelli editore, 2017. 

Alla presenza di una delle autrici, Marta Baiardi.

Introduce Chiara Nencioni, insegnante e redattrice di Radio Cora

Il primo volume è una storia corale della stagione del movimento delle donne all'interno di più vasti movimenti di contestazione, ricostruita attraverso le autobiografia di otto militanti dell'area genovesi.
Inizia venerdi 9 novembre 2018 una serie di presentazioni di libri sul '68 organizzata dalla LIbreria Marabuk (alle ore 17, via Maragliano 29 e), in collaborazione con l'Archivio il sessantotto

Venerdi 9 novembre, ore 17
La ragazza che ero la riconosco. Schegge di autobiografie femministe, a cura di Silvia Neonato, Iacobelli editore, 2017Introduce Chiara Nencioni, insegnante e redattricedi Radio Cora
Mercoledi 14 novembre, ore 17
Paolo Brogi, '68. Ce n'est qu'un début. Storie di un mondo in rivolta, Imprimatur, 2017 Introduce Stefano Fabbri, giornalista
Venerdi 30 novembre, ore 17
Gli anni del '68. Voci e carte dell'Archivio dei movimenti, Genova, 2017 Introduce Carla G. Romby, docente di Storia del territorio
Martedi 4 dicembre, ore 17
Francesca Socrate, Il sessantotto. Due generazioni, Bari, Laterza, 2018 Introduce Luciana Brandi, docente di Glottologa e Linguistica


mercoledì 7 novembre 2018

18 Ottobre 2018 -  Quella volta che Marco Cavallo liberò tutti

L’archivio 68 , Basaglia e la lotta per liberare gli esclusi

Basaglia e la sua esperienza di lotta va senz’altro rivisitato sotto molti aspetti, non per farne un santino da collocare su qualche altare, ma per leggerlo ed interpretarlo criticamente con gli occhi del vissuto contemporaneo.
Legare il nome di Franco Basaglia alla legge 180 è in parte giusto( anche se non partecipò alla sua stesura) se lo si considera il risultato di un movimento di lotta, che partito da Gorizia nel 1961, è andato via via rafforzandosi e collegandosi con altre esperienze europee.
Un movimento che partendo dalla concretezza di chi operava negli Ospedali Psichiatrici riuscì a sollecitare il tessuto sociale alla problematica della segregazione istituzionale che riguardava essenzialmente poveri ed emarginati.
Il supporto tecnico di questa segregazione era costituito da una “falsa scienza” che aveva come unico fine la custodia delle persone con metodi aberranti, dove veniva considerato ottimale il risultato di annientare le individualità.
Gli Ospedali Psichiatrici, regalo dell’ideologia di Lombroso erano stati condivisi da politici amministratori, medici, giudici che si sono susseguiti nelle varie età: liberale, fascista e repubblicana .
Le carte e le riviste possedute dall’Archivio68 hanno stimolato l’idea di riproporre i temi di allora proiettandoli verso la situazione dei giorni nostri. Di qui l’iniziativa che si è svolta presso la Biblioteca delle Oblate il 18 ottobre.
Si è voluto legare la ricerca storica sugli avvenimenti pre-legge 180 per capire quanto sia stato dirompente e rivoluzionario aprire queste istituzioni totali che segregavano più di centomila persone ed al tempo stesso misurare già dopo la promulgazione della legge i tentativi di modifica del testo, gli ostacoli, questi sì riusciti, di ostacolare la costruzione sul territorio di quei supporti necessari e conseguenti alla riapertura dei manicomi, strumenti pubblici e sanitari che dovevano “seguire” gli ex pazienti, per non abbandonarli, come spesso è avvenuto, alle famiglie di origine.
Così l’intervento della dottoressa Delli Paoli ha inquadrato il regime legislativo repressivo della legge 36 del 1904, descrivendo le vicissitudini di una struttura manicomiale privata del Sud e le battaglie di uno dei tanti psichiatri che appartenevano alla schiera dei “riformatori basagliani”, Sergio Piro. E il prof. Tranchina ha ricordato la nascita di uno strumento fondamentale che ha svolto il ruolo di collante di varie realtà, una rivista di dibattito ma anche uno spazio di collegamento , edito dal Centro di Documentazione di Pistoia e da lui diretto insieme a Petrella.
La dottoressa Rogialli della direzione salute in carcere di Firenze e Cesare Bondioli del Centro Basaglia di Arezzo hanno contribuito a chiarire con i loro interventi quali vecchie e nuove difficoltà sono presenti nella gestione attuale degli strumenti territoriali, soprattutto dopo la chiusura degli OPG.
Il collettivo Antipsichiatrico “Antonin Artaud”, da tempo inserito nel circuito dei “telefoni viola”, riprendendo quanto era stato sottolineato dai precedenti interventi hanno riportato l’analisi nel concreto del vissuto dei disagiati.
Le letture di Gabriella Becherelli ci hanno fatto rivivere l’esperienza di Marco Cavallo, simbolo di libertà, che portò pazienti, infermieri e tecnici fuori dall’OP per testimoniare ai cittadini triestini l’esistenza nella città di una ignobile istituzione totale.
Due attrici di “Fram(m)enti di Luna Verde” hanno letto poesie tratte dallo spettacolo “ Passata la festa, gabbato lo Santo”.
Un bel pomeriggio, forse intenso ma veramente partecipato.

mercoledì 7 febbraio 2018

Una interessante iniziativa

                                                                              
Segnaliamo questa iniziativa quanto mai opportuna in questo momento: partecipate


                                                                              

martedì 6 febbraio 2018

Uno spettro s'aggira per l'Europa (e non è quello del comunismo)


Viviamo in tempi complessi in cui all'orizzonte si accumulano segni di crisi e di incertezza sempre più evidenti. A me pare che uno spettro si aggiri per l'Europa e non è (purtroppo) quello del comunismo ma quello del razzismo più duro,quello omicida che è accompagnato da una xenofobia che è sempre più dilagante. Per tentare di arginare questo fenomeno e per impedire che si diffonda ulteriormente mi pare utile riprodurre sul nostro blog l'articolo pubblicato oggi sul "Manifesto" da Alessandro Portelli, uno dei nostri intellettuali più lucidi e preparati.



Aperta la diga dell’antifascism o dilaga l’odio razziale
Macerata. Linciaggi e rappresaglie sono sempre anche forme di comunicazione. È terrorismo nel senso stretto perché hanno lo scopo di terrorizzare le persone del gruppo


Di Alessandro Portelli


Lo scrittore afroamericano Richard Wright descrive nella sua autobiografia il clima di terrore che incombeva sulle comunità nere nel Sud della segregazione. Erano tempi, scrive, in cui un crimine commesso da un nero diventava un crimine commesso dai neri; e la conseguenza era la punizione collettiva, il massacro ritualizzato che abbiamo imparato a chiamare linciaggio.
Per molto tempo abbiamo creduto che queste cose fossero un tardo residuo di barbarie da superare con il progresso e la civiltà; quello che è successo nel 2018 nella civilissima città di Macerata conferma che il razzismo non è un residuo che ci lasceremo alle spalle ma un mostro che più credi di averlo ammazzato e più risorge, più orrendo di prima.
Penso ai linciaggi perché la strage tentata e sfiorata a Macerata (ma non ci dimentichiamo di quelle riuscite: Samb Modou e Diop Mor uccisi a Firenze il 13 dicembre 2011) ne ha tutte le caratteristiche tradizionali, con in più qualche variazione nostrana.
Intanto, l’intreccio fra ideologia razziale e ideologia di genere.
Precisamente come nel più tipico dei linciaggi americani, il terrorista nazifascista di Macerata ha preteso di agire per “vendicare” una donna bianca, Pamela Mastropiero, del cui

assassinio è accusato un immigrato africano. “Proteggere” le donne dalla minaccia nera significa farsi difensori della purezza della “razza” nell’atto di ribadire i ruoli arcaici di genere.
Il terrorista di Macerata peraltro non ha cercato di punire l’accusato, che comunque è già in carcere, ma ha sparato nel mucchio. Questo perché uno dei pilastri del razzismo è il rifiuto di riconoscere gli altri come individui: ogni singolo rappresenta l’intero gruppo e l’intero gruppo è responsabile delle azioni di ogni singolo – tanto che anche in questo caso, come spesso avviene nei linciaggi, la punizione collettiva diventa, o cerca di diventare, massacro di massa.
In Italia, il gesto di uno che si è tatuato un simbolo nazista sulla testa evoca anche altre punizioni collettive, come i “dieci italiani per un tedesco” delle rappresaglie naziste. Penso a Salvini, secondo cui la colpa non è di chi spara agli immigrati ma di chi li ha fatti entrare: gli immigrati, cioè, sono colpevoli per il solo fatto di esserci, proprio come gli ebrei per i nazisti.
ALTRA CARATTERISTICA del linciaggio è l’ambigua relazione fra la violenza “spontanea” e la complicità o il silenzio delle istituzioni che della violenza dovrebbero avere il monopolio. Questo è già insito in luoghi comuni come la flebile condanna del “farsi giustizia da sé”. Questo sventurato luogo comune sembra dare per scontato che di “giustizia” si tratti, come se la colpa del terrorista fosse quella di essersi arrogato una funzione dello stato che non è abbastanza rapido e duro nel punire.
Eminenti rappresentanti passati e, temo, futuri delle istituzioni, infatti, sono su una lunghezza d’onda comparabile: da un lato, Berlusconi propone anche lui una punizione collettiva sotto forma di deportazione di massa; dall’altro, dall’area governativa vengono discorsi sulla “sicurezza” e sull’urgenza di bloccare i flussi dei migranti, che rinforzano le stesse paranoie che hanno armato la mano del terrorista di Macerata. In altre parole: non meno assassini, ma meno bersagli.
INFINE, LA RITUALITÀ. LINCIAGGI e rappresaglie sono sempre anche forme di comunicazione: terrorismo nel senso stretto del termine perché hanno lo scopo di incutere terrore non solo alle persone colpite ma a tutti i loro simili. Perciò ritualità e simbolismo sono inseparabili dalla violenza immediata. Qui ci troviamo davanti a una ritualità e una simbologia – il tricolore, il monumento ai caduti, il saluto fascista – che ci fa capire quanto sia ancora difficile districare un’idea di identità nazionale dalle incrostazioni che gli ha attaccato addosso il fascismo. Il messaggio è chiarissimo: essere italiani significa essere fascisti.
LUCIDISSIMO DUNQUE il terrorista, altro che “gesto di un pazzo”. E comunque, anche se fosse: in ciascun luogo e tempo storico, la pazzia prende le forme che gli propone la “ragione” che ha intorno: se l’aria è satura dell’odio sano e normale verso i migranti, è logica che la “follia” si armi in quella direzione, assuma i simboli che i sani e normali condividono e amplificano, e faccia davvero quello che sente ripetere che andrebbe fatto.
Questa è la “ragione” che abbiamo intorno e che respiriamo, a partire dall’irresponsabile e sciagurato discorso di Violante sui “ragazzi di Salò”. Abbiamo legittimato i fascisti nello

stesso tempo in cui ci pentivamo di essere stati comunisti; abbiamo riconosciuto ai repubblichini i “valori” e abbiamo accusato i partigiani di “ideologia”.
Una volta aperta la diga dell’antifascismo, non c’è limite alle schifezze che possono tracimare e dare assuefazione al senso comune.
Richard Wright aveva paura, e dovremmo avere paura anche noi. In un paese dove ai bambini di San Saba viene impedito di cantare “Bella Ciao” perché “è di parte” (che sarebbe poi la parte della democrazia), non sono solo i migranti ma tutti gli antifascisti ad essere bersaglio di aggressioni e violenze diffuse e impunite (quanti sono oggi i condannati per apologia di fascismo?).
ALABAMA E MISSISSIPPI in salsa italiana, dunque? No, peggio. Mi è già capitato di dire che in Alabama, se non altro, lo ius soli esiste e nessuno lo mette in discussione (anche quel simil-Berlusconi di Donald Trump vuole deportare masse di migranti, ma non gli viene in mente di deportare i loro figli nati negli Stati Uniti e cittadini americani).
Soprattutto, ai tempi della segregazione in Alabama e in Mississippi qualche anticorpo c’era: e non penso solo a quelli che la comunità nera aveva generato da sé, come Rosa Parks, Fannie Lou Hamer, Martin Luther King, ma anche a Viola Liuzzo, a Andrew Goodman e Michael Schwerner, uccisi (col loro compagno afroamericano James Earle Chaney) per essere andati ad affrontare i razzisti sul loro stesso territorio, insieme a centinaia di ragazze e ragazzi bianchi e neri che sono andati al Sud a praticare l’azione diretta nonviolenta, e ne sono tornati vivi ma non senza aver conosciuto il carcere e le botte.
E penso a un ministro della giustizia come Robert Kennedy, che l’ha pagata cara anche lui. E da noi?
DA NOI, ASSUEFAZIONE e paura: fascismo, razzismo, nazismo sono parte della nostra quotidianità, tanto che non li chiamiamo più neanche col loro nome. Dice Matteo Renzi che non bisogna “strumentalizzare” il tentato linciaggio di Macerata. Ma strumentalizzarlo consiste precisamente nel rifiutarsi di chiamarlo col suo nome, cioè nel rifiutarsi di dire una parola chiara sul fascismo, il nazismo e i loro portatori attuali, per la preoccupazione strumentale di perdere qualche voto fra un mese.
In altre parole: la ex sinistra è convinta che contro la deriva razzista e nazifascista non ci sia più niente da fare, e quindi niente fa.
Anche perché ha paura.

venerdì 2 febbraio 2018

"Mein Trump" ovvero un esempio calzante di satira politica



Siamo felici di poter segnalare a coloro che ci seguono un accattivante evento dal titolo "Mein Trump" che si svolgerà al caffè letterario Le Murate Mercoledì 7 Febbraio 2018 alle ore 18. L'occasione sembra proprio quella giusta per divertirsi e far funzionare un po' di senso critico qualità sempre più in crisi di questi tempi. Ci vediamo li? Noi ci saremo.
                                         


                                                                    

sabato 27 gennaio 2018

Comunicato Stampa per l'iniziativa del 3 Febbraio 2018 alla Polveriera






Il Sessantotto in Italia cominciò nel sessantasette: Trento, Pisa, Torino….  Ma a Firenze cominciò il 30 Gennaio del 1968 quando, una grande manifestazione di studenti, fu caricata dalla polizia in piazza S. Marco. Di seguito, furono occupate tutte le facoltà universitarie e si scioperò per molti giorni nelle scuole; poi a Roma ci fu Valle Giulia.
 Su questo e su molte altre cose, l’Archivio del ’68 di Firenze e l’associazione Firenze, le piazze degli anni ’70, organizzano il convegno nazionale: “Dal Sessantotto a oggi: continuità e mutamenti di percorsi”; a cui parteciperanno alcuni dei protagonisti di quegli eventi (Guido Viale, Oreste Scalzone, Franco Piperno) e molti altri non altrettanto conosciuti.
Ci vediamo Sabato 3 Febbraio 2018 alle ore 15 alla “Polveriera” sopra il teatro di S. Apollonia (Via Santa Reparata 3), luogo simbolo del Sessantotto a Firenze.

Maurizio Lampronti
(Presidente dell’Archivio ’68 di Firenze)



lunedì 22 gennaio 2018

A cinquant'anni dal '68. Una prima iniziativa



Quest'anno ricorre il cinquantesimo del '68 e il nostro Archivio intende ricordare questo evento epocale con alcune iniziative: il prossimo 3 Febbraio 2018 presso lo spazio della "Polveriera" di Sant'Apollonia in Via Santa Reparata a Firenze sarà tenuto un convegno in cui alcuni dei maggiori rappresentanti faranno il punto su ciò che è rimasto e su cosa è cambiato in questi cinquanta anni, sopratutto quali percorsi hanno compiuto coloro che furono tra i protagonisti di quell'evento. Sarà organizzata una mostra con i materiali del nostro Archivio e sarà anche il modo per dare un po' di visibilità al lavoro che è stato fatto per la conservazione dei materiali e della memoria. A maggio invece sarà organizzato un doppio convegno : uno con la partecipazione degli storici che faranno il punto sullo stato della ricerca e un altro  con gli archivi di movimenti che,come il nostro, conservano materiale di quel tempo per cercare di stabilire un contatto,un collegamento tra tutti coloro che si occupano di questo argomento.